Cominciato male al Senato il cammino del terzo scudo fiscale dell’era berlusconiana si conclude peggio alla Camera. A Palazzo Madama si è avuta la replica di un abusato gioco delle parti fra governo e maggioranza con l’approvazione di un emendamento con cui si sono introdotte varianti così vergognose che sia Berlusconi sia Tremonti non avevano avuto l’improntitudine di proporre dal principio.

Ma il premier e il ministro dell’Economia sono stati poi ben lieti di accoglierle dietro il comodo alibi della sovranità decisionale del Parlamento. Cosicché oral’infausto regalo agli evasori si è arricchito di una sostanziale amnistia per reati gravi quale il falso in bilancio, al riparo dell’assicurazione che gli intermediari, a differenza dei casi precedenti, non avranno più l’obbligo di segnalare neppure il minimo dubbio su una possibile origine criminale dei capitali in via di rimpatrio. E adesso a Montecitorio, nel timore di qualche estremo atto di ravvedimento da parte di membri stessi della maggioranza, la maleodorante vicenda viene conclusa con l’imperio della chiamata personale al voto di fiducia.

Che un simile provvedimento assurga in questo modo al rango di misura fondamentale per l’azione del governo la dice lunga sulla pochezza della politica economica dell’esecutivo. C’è bisogno di tamponare le falle aperte dalla grande crisi nel bilancio? Nel vuoto di una strategia di controllo dei conti pubblici — con una spesa e un debito scappati di mano — si procede attraverso espedienti “una tantum”, come in fondo è e rimane anche questa trovata dello scudo fiscale. Solo che nella scelta degli artifizi viene anche in piena luce la radice sostanzialmente classista delle iniziative e un’indomabile propensione a premiare i furbi e i disonesti secondo un copione di sanatorie, condoni, amnistie che, vedi il caso del lodo Alfano, sembra ormai essere la più genuina chiave di lettura dell’agire politico dell’attuale presidente del Consiglio.

Non c’è più regola, anche solo di banale rispetto di consolidate buone costumanze civili, che tenga. Per portare in cassa un po’ di soldi si deve dare una mano agli evasori più incalliti e dare un calcio ad alcune norme fondamentali del codice penale? Nessun problema e nessuna remora. Basta cercare di imbonire gli italiani facendo credere loro che così non sia. Ieri al riguardo il ministro Tremonti ha segnato in rapida successione due autogol, uno più imbarazzante dell’altro. Il primo asseverando con sussiego che la manovra dello scudo si sarebbe risolta in un nulla di fatto — in «un suicidio» sue parole testuali — se, accanto agli evidenti vantaggi fiscali, non si fosse offerta anche una guarentigia a tutto campo sul versante dei reati penali.

Argomento non privo di una sua cinica coerenza, ma che finisce con l’ammettere che il vero valore attrattivo dello scudo sta nella sanatoria dei reati penali e così mette in piena luce il commercio delle indulgenze implicito in un provvedimento frutto di una visione da Stato premoderno. Certo lontana anni luce da analoghe iniziative dei paesi anglosassoni, dove la tradizione della cultura protestante sta imponendo che ai reimportatori di capitali non sia offerto il comodo beneficio dell’anonimato.

Il secondo autogol di Giulio Tremonti riguarda la seria questione dei benefici che potranno trarre dallo scudo i manovratori dei grandi capitali della criminalità organizzata. «Non credo — ha detto il ministro — che la criminalità si servirà di questo strumento». Affermazione del tutto apodittica e priva di argomenti, che non potrà mai essere verificata nel suo fondamento proprio perché la certezza dell’anonimato e le maglie larghissime del provvedimento impediranno per sempre a chiunque di sapere alcunché su origine e titolarità del denaro rimpatriato. Un convenzionale «non credo», seppur pronunciato da un ministro della Repubblica, è tutto fuorché una rassicurazione sufficiente e lascia più che mai sospeso sul provvedimento il dubbio che con esso lo Stato agisca da prodigo riciclatore ufficiale del denaro accumulato con i traffici peggiori, dalle droghe alle armi.

Resta, infine, da sperare che questa dissennata iniziativa non serva a coprire anche qualche inconfessabile interesse privato da parte di un presidente del Consiglio cui le cronache finanziarie (e penali) attribuiscono il possesso di ingenti attività fuori dai confini nazionali. Ma anche questo, date le caratteristiche dello scudo in versione italiana, è un dubbio che, sebbene legittimo, nessuno potrà mai sciogliere. Alla faccia di quella trasparenza, che avrebbe dovuto segnare il ritorno alla fiducia nelle buone regole del mercato dopo le tragedie della crisi globale, si è ritornati all’antico e — ahinoi — risaputo chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto.

Peggior servizio alla credibilità delle istituzioni e al buon nome del capitalismo non poteva essere reso. Che si escogiterà la prossima volta in caso di necessità di cassa? Magari una sanatoria in contanti, articolo per articolo, dell’intero codice penale?

MASSIMO RIVA
La Repubblica del 30.09.2009