macedoniaIl presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera Michele Bordo ha incontrato l’Ambasciatore di Macedonia Oliver Shambevski, nell’ambito di una serie di incontri finalizzati al rafforzamento delle relazioni internazionali.

“L’Italia – ha detto Bordo – vuole intensificare i rapporti con la Repubblica di Macedonia e contribuire al superamento delle difficolta’ che in questi anni hanno rallentato il suopercorso di avvicinamento all’Unione europea. Proprio per queste ragioni, l’Italia è attivamente impegnata per favorire una soluzione condivisa tra Grecia e Macedonia sulla questione del nome, consapevole del fatto che tale soluzione sarebbe molto utile al fine di accelerare l’ingresso della Macedonia nella Nato e nell’Ue ”.

Il presidente Bordo ha chiesto inoltre il sostegno della Macedonia alla candidatura dell’Italia al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Parlando del futuro dell’Ue, Bordo ha detto di essere convinto del fatto che l’Italia, forte dello straordinario successo elettorale alle europee del Pde del premier Renzi, possa contribuire a cambiare l’Europa per recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni eaiutare i Paesi a superare la crisi, puntando tutto sulla crescita, l’occupazione e il rafforzamento dell’integrazione comunitaria.


grazieUna vittoria straordinaria che rafforza contemporaneamente il governo e l’Italia in Europa. Una vittoria della buona politica, di un Paese che spera e vuole costruire, non distruggere. Una vittoria dei cittadini italiani che hanno dimostrato di credere nel progetto europeo e non si sono lasciati ammaliare da facili illusionismi. Una vittoria storica che relega nel passato l’”Italietta” e ci rende grandi in Europa e nel mondo.

Il nostro è stato l’unico governo in Europa a non essere crollato di fronte all’esplosione della mina euroscettica. Rabbia, follia e autoritarismo non pagano, il popolo italiano lo ha imparato negli anni a proprie spese e non intende più farsi ingabbiare. Una vittoria che è, al tempo stesso, una preghiera di stabilità, lavoro, crescita. Una richiesta di tornare “grandi” tra i grandi, richiesta tanto più forte poiché espressa alla vigilia del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea. Il Pd del premier Renzi ha saputo ascoltare e tradurre. Ora, forti di questo risultato, abbiamo il dovere e la responsabilità di proseguire senza sosta sulla strada delle riforme. L’Italia, finalmente, può ripartire.



Intervista quotidiano Pa

Intervista al Quotidiano della Pa

Quale sarà l’Europa del futuro?

Io spero che possa essere diversa da quella che abbiamo conosciuto, specialmente negli ultimi anni. L’Europa che punta tutto sul rigore dei conti pubblici, sull’austerità è un Europa che rischia di portare molti Paesi verso la recessione, come è accaduto per l’Italia. C’è bisogno di un’inversione di tendenza. Bisogna puntare molto di più sulla crescita e l’occupazione, soprattutto dei giovani, utilizzare meglio le risorse europee che avremo a disposizione nei prossimi anni, soprattutto per realizzare quelle infrastrutture che servono specialmente al mezzogiorno d’Italia.

E’ praticabile l’ipotesi di allentare il Patto di stabilità?

Il tema non è cosa prevedono i parametri, il tema è oggi rispettare i parametri ma consentire ai Paesi che sono più in difficoltà una maggiore flessibilità. Noi, per esempio, abbiamo chiesto all’Unione Europea, la possibilità che la quota di cofinanziamento che l’Italia deve emettere per utilizzare le risorse europee, venga esclusa dal rispetto dei parametri interni del Patto di stabilità. Se già ci fosse questo riconoscimento, sarebbe per noi un passo in avanti molto significativo che consentirebbe di liberare molte risorse per realizzare infrastrutture e creare sviluppo.

C’è una difficoltà da parte del nostro Paese ad accedere ai fondi comunitari. Come si può superare questa difficoltà?

Noi abbiamo avuto una difficoltà molto seria con le risorse che abbiamo avuto a disposizione per il ciclo 2007-2013. C’è un tasso molto alto di risorse che alcune Regioni, e anche alcuni Ministeri, non sono riusciti ad utilizzare. Anche dove queste risorse sono state spese, spesso ci si è trovati di fronte al fatto che sono state disperse in tanti microinterventi che nessuno ricorda e che non sono certamente servite a far ripartire il nostro Paese. Per il futuro, per le risorse che potremmo utilizzare nel ciclo 2014-2020, noi dobbiamo fare interventi che servono realmente, non solo sostegno alle imprese, alle famiglie che sono più in difficoltà, ma anche interventi concreti, soprattutto nel Mezzogiorno perché è necessario ridurre le differenze di sviluppo che ci sono tra le diverse aree del nostro Paese, per mettere tutti di fronte alla possibilità di agganciare questi timidi segnali di ripresa che comunque continuano ad esserci nell’Unione Europea. Per farlo c’è bisogno di controllare meglio come queste risorse si utilizzano, abbiamo fatto l’Agenzia Nazionale per la Coesione Territoriale, che avrà il compito, non solo di controllare la fase iniziale, i progetti, la rendicontazione, la predisposizione dei cantieri, ma avrà la possibilità di intervenire anche successivamente persino arrivando a sostituirsi a quelle realtà, a quegli enti locali, che non fossero nelle condizioni di utilizzare le risorse.

Questo per impedire che possa accadere quello che è accaduto per i fondi che abbiamo avuto a disposizione negli anni scorsi. Potremmo addirittura trovarci di fronte al fatto che a fine dicembre 2015, circa 10 miliardi di euro debbano essere restituiti all’Unione Europea. Questo sarebbe una vergogna se consideriamo che ormai queste sono le poche risorse che abbiamo a disposizione per fare investimenti.

Mancano progetti oppure manca un’attività di lobby all’interno del Parlamento Europeo o su questo non siamo bene assistiti da quelle che sono le strutture di supporto che ha organizzato il nostro Paese?

Le risorse europee ci sono e vengono messe a disposizione del nostro Paese. Siamo noi che, almeno per i fondi che avevamo a disposizione negli anni scorsi, abbiamo accumulato ritardi per evidenti limiti della pubblica amministrazione, per difficoltà nella predisposizione dei progetti, per mancanza di conoscenza, per mancanza di competenze, per scelte anche sbagliate da parte di chi poi queste risorse doveva impegnarle e di chi avrebbe dovuto utilizzarle.

Lei parla dei fondi che hanno le Regioni a disposizione?

Le Regioni, ma anche lo Stato. Anche quando parliamo di risorse europee parliamo di risorse che possono essere utilizzate a livello nazionale attraverso i Piani operativi nazionali  e di risorse che utilizzano direttamente le Regioni attraverso i Piani operativi regionali. Sia al livello regionale sia per quanto riguarda alcuni Ministeri, ci sono stati dei ritardi. Se consideriamo, ad esempio, che ci sono regioni del Mezzogiorno, come la Calabria, la Campania, la Sicilia, che hanno un tasso di utilizzo delle risorse europee veramente molto basso.

Per rispondere alle cosiddette “call”comunitarie, li c’è bisogno effettivamente di un’attività di relazione nei palazzi che contano  a Bruxelles piuttosto che a Strasburgo oppure c’è proprio una difficoltà nostra a comprendere il modello comunitario per poter accedere a quest’opportunità?

C’è una difficoltà nostra a stare al passo con i tempi, per esempio a realizzare le opere entro i termini stabiliti. L’Unione Europea se, per esempio, non consente al nostro Paese di utilizzare le risorse europee anche per realizzare infrastrutture  è perché ritiene che il nostro Paese non sia nelle condizioni di completare le opere entro 7 anni, che è la durata di un ciclo di risorse che l’Europa mette a disposizione. In realtà è così, anche i piccoli interventi sono soggetti a contenziosi, a difficoltà a problemi che non si riesce a superare, a sentenze civili che arrivano dopo molti anni, a opere che è utile realizzare un certo periodo che non si riesce a fare che poi non servono più a nulla dopo che passano molti anni. Ecco noi dobbiamo fare passi avanti anche in questo, rendere più moderna la nostra pubblica amministrazione, fare una seria riforma della giustizia che speriamo di poter realizzare entro quest’anno per essere più competitivi ed eliminare tutti gli ostacoli che, ad oggi, impediscono al nostro Paese di poter crescere come stanno crescendo gli altri.

Nel settennio ormai in corso, 2014-2020, si punterà molto sull’innovazione tecnologica. C’è una politica nazionale in questo senso in modo di assecondare questo desiderio dell’Europa  e consentire anche al nostro Paese di essere al passo con le iniziative europee?

L’innovazione tecnologica è fondamentale per agganciare il futuro. Uno dei temi oggetto delle risorse europee è l’agenda digitale. Noi dobbiamo completare il percorso dell’agenda digitale e fare in modo, per esempio, che attraverso un grande investimento pubblico che riguarda tutte le aree del nostro Paese, si possa fare in modo che tutti siano attraversati dalla connessione internet, dalla connessione veloce. In molte realtà del sud,specialmente delle aree interne, spesso dobbiamo fare i conti col fatto che ci sono imprese interessate ad investire ma tale mirabile interesse è destinato a naufragare.

A che punto siamo con il processo di integrazione comunitaria?

Noi abbiamo l’unione economica, abbiamo l’euro ma non abbiamo l’unione politica che è fondamentale per  realizzare al meglio l’unione economica. Abbiamo la moneta unica ma questa non produce tutti gli effetti positivi che potrebbe produrre perché non c’è un governo unitario dei processi monetari. La Banca Centrale, per esempio, non ha la possibilità di stampare banconote se serve, non ha questa capacità, non ha questo potere  decisionale. Ogni Stato pensa molto di più a salvaguardare i propri interessi nazionali piuttosto che l’interesse della comunità europea e noi ci siamo trovati di fronte al paradosso che di fronte a questa crisi che ha investito anche l’UE, anziché rispondere in maniera globale, ciascuno Stato ha risposto autonomamente. Questo ha fatto crescere gli egoismi, ha portato gli Stati del nord a pensare che i Paesi del sud fossero spendaccioni, e i Paesi del sud a pensare che quelli del nord volessero un’Europa a due velocità, in cui i Paesi del Mediterraneo fossero destinati a inseguire. Noi invece pensiamo ad un’Europa integrata in cui ci sia la possibilità di riconoscere maggiore flessibilità  a chi è più in difficoltà. E’ l’inversione di tendenza che chiediamo nei prossimi mesi perché abbiamo la consapevolezza che se l’Europa non comincia ad investire molto di più in sviluppo, crescita e occupazione, corriamo seriamente il rischio di mettere in difficoltà la tenuta complessiva delle Istituzioni europee. Non è un caso che è probabile che il prossimo Parlamento europeo sia il Parlamento Europeo più “antieuropeo” della storia proprio perché molti pensano, certamente sbagliando, che molte delle difficoltà che si vivono  siano causate dalle scelte fatte in questi anni dall’Unione Europea.

Lei ha posto l’accento sull’unione monetaria, quali sono i vantaggi di avere una moneta unica in un periodo in cui qualcuno propone addirittura il ritorno alla lira?

Il ritorno alla Lira è una follia che va bene quando si fanno gli spettacoli. Sono dichiarazioni che fanno sorridere. La responsabilità del governo del Paese è una cosa molto più seria. Se noi tornassimo alla Lira avremmo la svalutazione, ci sarebbe una fuga dei capitali adesso presenti nel nostro Paese verso altre realtà. Avremmo molta difficoltà ad importare la materia prima che ovviamente pagherebbero in euro e non certamente in Lire, avremmo un tasso di interesse sul debito che salirebbe alle stelle perché uno dei vantaggi che abbiamo avuto dentro questa crisi così travolgente è che l’ancoraggio ad una moneta forte, l’euro, ci ha consentito di tenere i tassi d’interesse molto bassi sul debito. Quindi l’idea che si possa tornare all’Italia di 20 o 30 anni fa, è un’idea che è fuori dal mondo considerando quanto sia cambiato il mercato globale. Oggi non è possibile, da soli, reggere la competizione con i Paesi che hanno una crescita molto consistente. La competizione la reggi se fai parte di un organismo più grande. Pensare che l’Italia da sola possa entrare in competizione con la Cina, l’India , il Brasile, etc, significa obiettivamente vivere fuori dal mondo.

Si sta per aprire il semestre europeo per l’Italia questa è una grande opportunità. In che cosa consiste il semestre europeo?

È una grande opportunità perché chi esercita la Presidenza del semestre detta l’agenda delle priorità, stabilisce quali dossier sono prioritari, quali debbono essere affrontati subito, stabilisce l’ordine del giorno delle diverse riunioni, dei diversi incontri, che si terranno a Roma. Noi abbiamo fatto un’indagine conoscitiva in Commissione Politiche Europee in questi mesi per individuare le priorità su cui poi avrebbe dovuto concentrarsi il Governo italiano durante il semestre. Per noi la priorità è la crescita e l’occupazione giovanile. C’è un’inversione di tendenza da questo punto di vista in Europa, “Garanzia Giovani” è stato introdotto grazie all’intervento autorevole del Governo italiano, prima con Letta, adesso con Renzi, e non accadeva da molti anni che l’Unione Europea si dedicasse, accanto all’austerità, anche ad interventi che potessero favorire l’occupazione. Grazie a quell’intervento diverse centinaia di migliaia di ragazzi finalmente hanno avuto la possibilità di trovare occupazione. Bisogna insistere in questa direzione. Accanto a questo, per noi sarà prioritario puntare molto sulla integrazione politica. Noi vorremmo che il semestre europeo fosse anche simbolico da un altro punto di vista. Il nostro sogno è arrivare, in tempi non molto lunghi, al superamento degli egoismi nazionali e sempre di più andare verso la costruzione di un’Europa di Stati Federali in cui si cedono sempre di più pezzi di sovranità. Per noi è questo il futuro, tornare indietro significa tornare a una fase che obiettivamente non è più attuale e che servirebbe soltanto a creare maggiori difficoltà ai cittadini del nostro Paese.

A che punto siamo con le Grandi Opere che in parte avrebbe dovuto finanziare l’Europa?

Questo è un limite che noi abbiamo sempre avuto. Si può fare tutto, l’importante è che non si faccia nel cortile di casa. Per cui si contesta la TAV, lo sviluppo energetico, gli inceneritori, come se poi l’immondizia dovesse essere smaltita chissà dove. Ci vuole una maggiore consapevolezza delle opportunità che anche certi interventi consentirebbero di determinare in molte aree del nostro Paese soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. Le risorse europee debbono servire proprio a consentire al nostro Paese di essere al passo con gli altri Paesi europei . E’ impensabile che nel 2014 ci siano aree del Paese in cui la ferrovia viaggia ancora sul binario, in cui non ci sia l’alta velocità, in cui ci siano ogni giorno ritardi dei treni consistenti per le difficoltà sulla gestione delle tratte . Gli interventi su cui bisogna concentrarsi son questi. Poi un Paese in cui c’è maggiore mobilità, in cui gli aeroporti funzionano meglio, anche se sono un pò di meno, un Paese in cui ci sono le strade buone e non piene di buche, come purtroppo accade adesso in molte realtà italiane, un Paese in cui ci sono i porti che funzionano, è un Paese all’avanguardia destinato certamente a guardare alla prospettiva e al futuro con maggiore fiducia.

Ci sono, poi,  opere che è giusto contestare dal punto di vista ambientale anche perché molto spesso sono solo simboliche e non servono a nulla, come il caso del Ponte sullo stretto di Messina. Ci sono opere, invece, come l’alta velocità Torino-Lione che io credo sia assolutamente fondamentale per l’Italia perché consentirà di trasportare le merci da una parte all’altra con minor tempo perché farà diminuire il trasporto su gomma che poi è in gran parte responsabile anche dell’inquinamento ambientale. Noi dobbiamo puntare chiaramente sempre di più su opere sostenibili dal punto di vista ambientale, al di là degli estremismi di quelli che pensano che comunque niente si deve e niente si può fare. Io penso che i porti, le strade, la ferrovia, specie dove manca, e mi riferisco al Mezzogiorno d’Italia, siano assolutamente fondamentali per consentite all’Italia di ritornare ad essere protagonista di un mondo che cambia.

In materia di immigrazione si dice che l’Europa non ci tuteli più di tanto. È vera questa cosa?

È vero. Non tanto nel senso che manchino le risorse, anche perché da questo punto di vista ci sono segnali di attenzione da parte dell’Unione Europea. Il tema è che la gestione dei rapporti con i Paesi da cui provengono gli immigrati. Il rapporto con questi Paesi non può essere costruito soltanto dall’Italia e la gestione dei soccorsi, le operazioni che si fanno in mare, non possono essere effettuate e gestite solo dal Governo italiano perché non siamo nelle condizioni per fronteggiare questa emergenza che ancora in questi giorni è assolutamente drammatica e che sarà sempre più  drammatica nei prossimi mesi con l’arrivo dell’estate. C’è bisogno di una risposta da parte dell’Unione Europea, non soltanto economica, ma politica e di sostegno che vada dalla fase dei soccorsi in mare alla fase della gestione degli arrivi perché, come è noto, la gran parte di questi immigrati che arrivano nel nostro Paese non arrivano per stare in Italia ma utilizzano l’Italia soltanto come paese di passaggio per raggiungere il nord Europa.  È un tema che riguarda essenzialmente l’Unione Europea con il nostro Paese ormai al limite della possibilità di riuscire a fronteggiare questo fenomeno.

Si parla tanto di procedure di infrazione comunitaria, anche l’Onorevole. Tajani ha sostenuto recentemente che c’è in corso la questione dei debiti della pubblica amministrazione  che potrebbero, a breve, dar corso ad una nuova procedura di infrazione. Come sta lavorando la sua Commissione in questo senso?

Noi approveremo nei prossimi giorni le leggi europee che sono necessarie per adeguare il diritto interno al diritto comunitario e quindi superare le procedure di infrazione che sono in atto nei confronti dell’Italia. Attualmente, ci sono più o meno 120 procedure di infrazione che pendono sul nostro Paese. Con l’approvazione delle leggi europee contiamo di chiuderne almeno 20. Ma il tema è non continuare a fare l’errore di intervenire per adeguare il nostro ordinamento sempre dopo la condanna da parte della Corte di Giustizia, che è la condizione per avviare la procedura di infrazione. Occorre partecipare alla fase ascendente, quando si fanno le norme europee, dobbiamo partecipare meglio e di più perché solo in questo modo potranno farsi valere le ragioni dell’Italia e solo in questo modo si creano le condizioni perché poi l’Europa non produca procedure di infrazione nei confronti dell’Italia.

Ricorda qualche aneddoto della sua esperienza politica, del suo impegno sia all’interno del partito sia all’interno del contesto territoriale da cui ha origine la sua attività politica? C’è qualche frase che ricorda, qualcosa di curioso che possiamo ricordare?

Di aneddoti ne potrei ricordare a centinaia. Venendo io da realtà operaie, di braccianti, sono tante le cose curiose che si potrebbero raccontare relativamente all’attività politica. Ma proprio perché parliamo di Europa, me ne verrebbe in testa una che non ho vissuto direttamente ma mi è stata raccontata e che si è verificata nel 1984 a Bari durante un comizio in occasione delle elezioni europee. Era un comizio che credo si tenesse in Piazza Prefettura, quando i dirigenti nazionali non andavano ovunque ma andavano al Comune capoluogo e poi si faceva arrivare nel Comune capoluogo la gente, gli iscritti da tutti i Comuni della Regione, o quantomeno della Provincia. Stava tenendo in Piazza Prefettura un comizio Reichlin che era, credo, coordinatore della segreteria nazionale del partito o responsabile dell’organizzazione. Reichlin è molto bravo quando parla, una persona molto colta. Stava facendo un ragionamento sull’importanza dell’Europa , stava spiegando che ormai tutti dovevano sentirsi cittadini europei  e che il voto alle europee serviva proprio perché ormai tutti non dovevano sentirsi cittadini di un singolo Comune ma cittadini dell’Europa. Davanti al palco c’erano, come di solito si fa, gli striscioni dei diversi Comuni. C’erano sotto al palco due striscioni in particolare, uno era “La città di Capuzzo saluta il compagno Reichlin” e l’altro “ La città di Valenzano saluta il compagno Reichlin”. Solitamente tra paesi vicini c’è sempre una certa rivalità e allora Reichlin mentre fa il riferimento all’Europa dice: “ Ecco anche Capuzzo da domani sarà in Europa!”.

Quelli di Valenzana pensavano che fosse una cosa solo per Capuzzo, interrompono e dicono:” Compagno Reichlin e Valenzana?”. A quel punto lui capì che quelli non avevano capito nulla disse “Anche Valenzano cretino entrerà in Europa”.


trivellazioni“Ringrazio la Croazia per l’apertura e la disponibilità dimostrata rispetto alle preoccupazioni espresse dal nostro Paese, e in particolare dalla Puglia, in vista dell’eventuale attività estrattiva croata nel Mare Adriatico”. Lo ha detto il presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera Michele Bordo, del Pd, al termine dell’incontro con la delegazione parlamentare del Gruppo di Amicizia Uip Croazia-Italia e l’ambasciatore di Croazia a Roma Damir Grubiša.

“C’è piena disponibilità del Parlamento croato a impegnarsi, di raccordo con l’Italia, nella tutela ambientale dell’Adriatico, risorsa fondamentale per i nostri due Paesi. – ha detto Bordo – Mi convince anche l’idea di un report trilaterale continuo tra Croazia, Italia e Slovenia per mettere a punto politiche di salvaguardia per l’ecosistema. Mi auguro poi che, nel corso del semestre italiano di presidenza europea, il tema diventi oggetto di approfondimento durante gli incontri tra i rispettivi ministri dell’Ambiente”.

La mia interrogazione sull’attività estrattiva in Adriatico