Affari-italiani-marzo-15In Ue aperte 91 procedure d’infrazione. L’Italia rischia di pagare miliardi in multe

Ambiente, appalti, concorrenza, trasporti… l’Italia ha 91 procedure d’infrazione aperte a Bruxelles che rischiano di costare al Paese miliardi di euro. “Siamo stai poco attivi quando c’è stato da fare le leggi in Ue e lenti a recepirle”, spiega in una intervista ad Affaritaliani.it Michele Bordo, presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea alla Camera

Onorevole Bordo, secondo i dati del Dipartimento per le Politiche europee l’Italia ha attualmente 91 procedure di infrazione aperte. Che cosa significa?
“Significa che ci sono 91 dossier aperti a Bruxelles in cui l’Italia è sotto osservazione per non aver recepito nell’ordinamento nazionale norme di livello comunitario, oppure per aver violato il diritto europeo. Queste situazioni, se non vengono sanate tempestivamente, portano a delle sanzioni economiche, anche onerose”.

Che cosa si intende per recepimento del diritto comunitario?
“Quando a Bruxelles vengono adottati degli atti il legislatore italiano deve recepirli. Al Senato, attraverso la Legge di delegazione europea, l’Italia sta ad esempio recependo la Direttiva tabacco, che impone nuovi standard per i produttori di sigarette”.

E per quanto riguarda la violazione del diritto comunitario?
“Nella maggior parte dei casi l’Italia si adegua alle linee generali che arrivano dall’Unione, ma non rispetta fino in fondo le indicazioni. È emblematica la normativa appena approvata sulla responsabilità civile dei magistrati”.

Quanto a numero di infrazioni siamo nella media europea?
“Assolutamente no, siamo tra gli ultimi in classifica”.

Come mai questa debacle?
“Ci sono due ragioni che ci hanno portato a questo ingloriosa posizione. Primo, non siamo sufficientemente attivi nella fase ascendente del processo legislativo. Questo significa che, quando le decisioni vengono prese a Bruxelles, l’Italia non partecipa ai tavoli, non interviene, non si oppone, non cerca alleanze”.

Quindi i Paesi che sono più attivi riescono ad avere leggi favorevoli?
“Significa che se un Paese non fa sentire la propria voce non può influire nel processo legislativo. Ne è un esempio la normativa che regola la grandezza delle maglie delle reti da pesca. È pensata per la pesca in Oceano, non per quella nel Mediterraneo”.

E la seconda ragione della nostra cattiva performance qual è?
“Siamo lenti. In passato il Parlamento non ha recepito le normative europee e ora siamo indietro. Ma grazie alla spinta impressa dal governo e al lavoro che stiamo facendo in Commissione stiamo recuperando. Fino a pochi mesi fa le procedure aperte erano 120, ora sono molte meno ed entro il 2015 prevediamo di abbassare ancora il numero”.

Ci troviamo davanti ad una Europa matrigna? Le normative che noi dobbiamo recepire e rispettare mirano a migliorare la vita dei cittadini o sono vincoli insensati?
“L’azione legislativa europea ci ha fatto fare dei passi avanti in molti settori, come l’ambiente, la finanza, i diritti, la giustizia. Ci ha spronato a raggiungere standard più alti, con norme ispirate alle best practice dei paesi nordici. Basta pensare al codice degli appalti”.

In che senso?
“La normativa italiana è confusionaria e inefficiente. Ha migliaia di norme e spesso non si riesce a capire che cosa si deve o non deve fare. La normativa europea invece è molto più semplice e lineare, basterebbe ispirarsi a quella per riformare la nostra”.

Tornando alle 91 procedure aperte, l’Italia rischia di pagare delle multe?
“Certo, quando si apre una procedura di infrazione allo Stato viene dato un lasso di tempo per adeguarsi, se alla fine non ha fatto nulla viene sanzionato, anche per decine di milioni di euro al giorno”.

L’Italia sta pagando attualmente delle sanzioni?
“Sì, in materia di rifiuti stiamo pagando delle multe per la inadeguatezza delle nostre strutture. Ma oltre al danno economico ce ne è uno di immagine: non è possibile fare sempre la figura delle pecore nere in Europa”.

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Draghi“Mi ha molto rassicurato il Presidente Mario Draghi quando ha affermato, rispondendo alle perplessita’ che avevo manifestato sull’effetto moltiplicatore del Piano Juncker, di essere molto fiducioso circa il raggiungimento degli obiettivi previsti da questo strumento. Il piano di 315 miliardi di euro di investimenti per favorire la ripresa economica, lo ricordo, e’ stato fortemente voluto dal nostro Governo durante il semestre di presidenza dell’Ue, come prima risposta concreta per invertire l’impostazione delle politiche europee basate, fino a quel momento, essenzialmente su austerita’ e rigore”. Lo ha detto il presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera Michele Bordo, del Pd, a margine dell’audizione del Presidente della Bce Mario Draghi davanti alle Commissioni riunite della Camera.

“Ora – ha detto Bordo – l’importante e’ accelerare l’attuazione del Piano, visto che e’ stato annunciato e analizzato ma, di fatto, non e’ ancora operativo. E’ necessario, pertanto, che i singoli Stati vi aderiscano quanto prima perche’ solo così il Piano potra’ effettivamente partire. Il governo Renzi lo ha gia’ fatto contribuendo con otto miliardi di euro e compiendo cosi’ una scelta fondamentale a favore della crescita. Spero, ora, che anche gli altri Paesi facciano altrettanto perche’ questo puo’ essere davvero il primo passo per una reale inversione di tendenza in Europa”.


“Il piano Juncker, fortemente voluto dal nostro Governo durante il semestre di presidenza, e’ sicuramente uno strumento finanziario in grado di generare, per la prima volta, un’inversione di tendenza in Europa: dall’austerita’ e il rigore alla crescita e l’occupazione. Tuttavia, durante l’audizione del sottosegretario Sandro Gozi presso la XVI Commissione della Camera, ho avuto modo di esprimere qualche dubbio circa l’effettiva capacita’ di questo piano di mobilitare tutti  i 315 miliardi di euro previsti”. E’ quanto dichiara, in una nota, il presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera Michele Bordo, del Pd.

“Le mie perplessita’ sulla concreta utilizzazione di tutti i fondi annunciati, – prosegue Bordo – derivano dal fatto che forse sono poche le risorse messe a disposizione del piano dal bilancio europeo, dalla Bei e dai singoli Stati per sperare in un effetto moltiplicatore che arrivi a impegnare, grazie anche ai capitali privati, fino a 315 miliardi di euro. Questa e’ la ragione per la quale ci aspettavamo di piu’ da parte dell’Unione Europea. Anzi, per quanto mi riguarda, sono assolutamente convinto che servano sforzi ulteriori per provare a centrare gli obiettivi previsti, anche perche’ il piano e’ un primo passo importante, ma ancora insufficiente,  per assicurare in Europa una tendenza di crescita stabile e duratura. Tuttavia,  il piano Juncker, con la comunicazione sulla flessibilita’ e i fondi strutturali, e le scelte di queste settimane della Bce, ci spingono a essere più fiduciosi rispetto al futuro”.

“Per quanto ci riguarda, comunque, la sfida vera ruota innanzitutto intorno all’utilizzo dei fondi strutturali, rispetto ai quali, ribadisco, e’ necessario insistere in Europa affinche’ le spese di cofinanziamento possano essere scorporate dal rispetto dei vincoli del patto di stabilita’. Non va dimenticato, infatti, che sono i fondi strutturali le vere risorse pubbliche che abbiamo a disposizione per i prossimi anni. Il piano Juncker, invece, è un misto di risorse pubbliche e private. Da qui anche i dubbi sull’effettiva mobilitazione di tutte le risorse: l’attrazione di investimenti privati dipendera’ molto da quanto saranno appetibili gli interventi. L’utilizzo delle risorse totalmente pubbliche dei fondi strutturali, invece, dipendera’ essenzialmente dalle capacità progettuali e di spesa dei singoli Paesi. Ieri l’Ue ha fatto sapere che l’Italia deve ancora spendere 7,6 miliardi del ciclo 2007-2013 entro dicembre 2015. Questo significa che, se non vogliamo commettere gli errori degli anni scorsi, dobbiamo mettere in campo tutte le energie e fare ogni sforzo necessario per colmare i ritardi accumulati, non perpetrarli nel futuro e soprattutto migliorare la programmazione e la capacita’ di spesa. A tal proposito sarebbe assolutamente importante se finalmente si rendesse pienamente operativa l’Agenzia nazionale per la coesione”.


Turchia“L’Italia ha sostenuto costantemente e continua a sostenere con forza la piena adesione della Turchia all’Ue, che costituisce per il nostro Paese un obiettivo strategico prioritario. Siamo infatti convinti che la Turchia, per la sua posizione, la sua storia e per il suo peso economico e politico, svolga un ruolo cruciale e imprescindibile per la stabilizzazione del Medio Oriente e dell’intero Mediterraneo e possa contribuire in misura significativa alla crescita economica dell’Europa e alla diffusione dei suoi valori”. Cosi’ il presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera Michele Bordo, del Pd, incontrando il ministro per gli Affari Europei Volkan Bozkir insieme ai componenti della XIV Commissione.

“Obiettivi questi -  ha proseguito Bordo -  che abbiamo perseguito con determinazione nel corso del semestre di Presidenza italiano, pur prendendo atto delle dichiarazioni del Presidente Juncker secondo cui non vi saranno nuove adesioni entro i prossimi cinque anni. Abbiamo ottenuto che il Consiglio riaffermasse la centralita’ strategica dell’allargamento alla Turchia e decidesse la prosecuzione dei negoziati di adesione, in particolare ai fini dell’apertura di un nuovo capitolo negoziale relativo alla politica economica e monetaria”.

“Nel corso del 2015 -  ha detto Bordo – intendiamo proseguire su questa linea: sottolineo che la Relazione programmatica del Governo sulla partecipazione dell’Italia all’Ue, di cui avvieremo l’esame a breve, ribadisce l’impegno del nostro Paese affinche’ il processo di integrazione europea della Turchia continui. In particolare, condividiamo l’impegno del Governo ad adoperarsi per aprire quanto prima nuovi capitoli negoziali con Ankara, tra i quali il 23 (Diritti fondamentali) e il 24 (Giustizia e Affari interni) al fine di contribuire a consolidare ulteriormente tanto le istituzioni democratiche che lo Stato di diritto”.

“Dobbiamo anche evitare, per i prossimi mesi e anni, il rischio che l’assenza di progressi nei negoziati possa essere percepita negativamente in Turchia e negli altri Paesi candidati indebolendo, di fatto, ogni stimolo teso ad attuare i processi di riforma necessari all’adesione e a recepire i valori essenziali e fondanti dell’Ue” ha concluso Bordo.