Il tema dell’utilizzo dei fondi europei non può essere confuso con la polemica politica di questi giorni sulla Legge di Stabilità. Parlare infatti di risorse comunitarie avendo in testa lo scontro politico, come purtroppo sta facendo qualcuno, significa esprimersi secondo pregiudizi, raccontando talvolta anche cose non vere. In altre parole, significa fare propaganda senza rendere un corretto servizio al Paese e soprattutto al Mezzogiorno.

E’ bene sgombrare subito il campo dai dubbi: da parte del Governo non c’è alcuno ‘scippo’ di risorse europee al Mezzogiorno. Vorrei anche rassicurare gli amministratori locali che nell’ultimo periodo mi hanno espresso dubbi e preoccupazioni al riguardo: Puglia e Basilicata, che hanno dimostrato di saper spendere di più e meglio rispetto alle altre regioni del Sud, non perderanno assolutamente nulla.

I 3 miliardi e mezzo di euro che il Governo utilizzerà per assicurare gli sgravi fiscali per i nuovi assunti, vengono ‘pescati’ da quelle risorse che, al 30 settembre 2014, le regioni non hanno ancora impegnato e speso. In sostanza si attinge dalla quota di cofinanziamento nazionale necessaria per realizzare gli interventi sostenuti dai fondi strutturali comunitari. E questo può accadere perché ad oggi le risorse europee della programmazione 2007-2013 ancora da spendere ammontano complessivamente a 20,2 miliardi di euro, di cui 15,3 miliardi nelle sole regioni dell’obiettivo convergenza, ossia le regioni meridionali. Da questo bacino però sono escluse la Puglia e la Basilicata, regioni virtuose e con una notevole capacità di spesa. Cinque di questi 20 miliardi vanno certificati e spesi entro la fine di quest’anno e saranno probabilmente persi. Dunque, il problema è soprattutto l’incapacità di spesa delle regioni meridionali, non altro.

Invece di attribuire al Governo intenzioni che non ha mai avuto ci dovremmo concentrare su altro. Dovremmo ad esempio interrogarci sui motivi che non hanno consentito, specialmente ad alcune regioni (in modo particolare a Campania, Calabria e Sicilia), di impegnare e spendere in otto anni ben 20 miliardi di euro. Dovremmo poi verificare le ragioni dell’incapacità di governo di alcuni enti e della mancanza di professionalità di molti funzionari pubblici in materia di programmazione di fondi europei, che sono alla base di questi ritardi, piuttosto che polemizzare sul fatto che il Governo abbia deciso, giustamente, come d’altronde prevede una legge del 2012, di riprogrammare una parte della quota di cofinanziamento relativa a fondi non spesi, cioè 3 miliardi e mezzo di euro. Cosa avrebbe dovuto fare l’esecutivo di fronte all’inerzia e all’incapacità di spesa dimostrata da molti enti? Continuare a tenere congelate le risorse che alcune regioni non hanno la capacità di spendere oppure continuare sulla strada delle deroghe dopo averne già concesse sette in questi anni? Sarebbe un approccio diseducativo e sbagliato, all’italiana. Io, al contrario, ritengo che sia necessario cominciare a dare qualche segnale a chi ha dimostrato grandi incapacità di governo e di gestione, anche per evitare che gli errori commessi in questi anni vengano reiterati nella programmazione dei fondi comunitari 2014-2020 che ammontano a circa 80 miliardi di euro.

Nella nuova programmazione 2014-2020, inoltre, il Governo ha deciso, tra l’altro non in modo unilaterale ma con l’accordo di tutte le Regioni, di prevedere la riduzione dal 50% al 25% dei tassi minimi di cofinanziamento per tutti i POR (Programmi operativi regionali) e per tutti i PON (Programmi operativi nazionali) con l’eccezione, molto significativa, dei POR Puglia e Basilicata, regioni che hanno registrato performance qualitative e quantitative di gran lunga migliori rispetto alla media nazionale. Dalla riduzione della quota di cofinanziamento nazionale, dunque, la Puglia e la Basilicata sono escluse e di conseguenza non perdono assolutamente nulla, visto che la riduzione si applica solo alle regioni che in questi anni non hanno saputo utilizzare al meglio le risorse messe a loro disposizione dall’UE.

Il Governo ha poi assicurato che le risorse previste a titolo di cofinanziamento, che non saranno utilizzate per effetto della riduzione del tasso minimo, rimarranno comunque a disposizione delle regioni alle quali erano originariamente destinate, che potranno quindi usufruirne ove registrino un significativo aumento della capacità di spesa. Una garanzia che, come affermato dal sottosegretario Graziano Delrio, sarà inserita direttamente nella delibera del CIPE, che definirà in dettaglio tutte le questioni legate al cofinanziamento. Tutto ciò dimostra che non c’è nessuno al Governo che intenda sottrarre al Sud le risorse europee oppure di utilizzarle come un bancomat per fare altro. Semmai sono alcune regioni meridionali che, soprattutto per incapacità, in questi anni non hanno saputo sfruttare e cogliere appieno le opportunità offerte proprio dai fondi europei. In buona sostanza il Governo non rinuncia, come vuol far credere qualcuno, ai fondi europei e non riduce la quota di cofinanziamento. Accantona, invece, le risorse in attesa che le regioni potenzialmente beneficiarie dimostrino di essere capaci di spenderle effettivamente.

Dal mio punto di vista, allora, la classe dirigente meridionale, anziché agitare spettri e polemizzare su fatti che molto spesso non esistono, dovrebbe concentrarsi fondamentalmente su due questioni politiche. La prima attiene alla necessità di fare ogni sforzo perché le regioni che hanno registrato le peggiori performance nella passata programmazione (Campania, Calabria, Sicilia) acquisiscano le capacità necessarie per utilizzare le risorse ad esse destinate per il periodo 2014-2020 a titolo di cofinanziamento. La seconda consiste nella necessità di vigilare affinché, nella sfortunata ipotesi in cui verso la fine dell’attuale periodo di programmazione, si rendessero disponibili risorse non più utilizzabili a titolo di cofinanziamento (non avendo le regioni beneficiarie dimostrato la capacità di spesa), tali fondi vengano comunque destinati a interventi per le regioni del Mezzogiorno, ad esempio sostenendo la realizzazione di grandi infrastrutture finanziate attualmente dal Fondo Sviluppo e Coesione.

Vorrei poi fare una puntualizzazione in merito a quanto previsto dall’art. 12 del decreto cosiddetto ‘Sblocca Italia’ che permette “al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’ordinamento dell’Unione europea, in caso di inerzia, ritardo o inadempimento delle amministrazioni pubbliche responsabili dell’attuazione di piani, programmi ed interventi cofinanziati dall’UE, ovvero in caso di inerzia, ritardo o inadempimento delle amministrazioni pubbliche responsabili dell’utilizzo dei fondi nazionali per le politiche di coesione” al Presidente del Consiglio dei Ministri, sentita la Conferenza unificata, di proporre al CIPE il definanziamento e la riprogrammazione delle risorse non impegnate, anche prevedendone l’attribuzione ad altro livello di governo”. In sostanza questa norma non conferisce al Presidente del Consiglio un potere discrezionale di riduzione del cofinanziamento nazionale ma, al contrario, consente di riprogrammare le risorse stanziate a titolo di cofinanziamento al fine di evitare il disimpegno delle risorse europee. In altri termini, la norma realizza un meccanismo di sanzione a carico delle regioni o amministrazioni inadempienti di cui potranno avvantaggiarsi le regioni virtuose, ossia quelle che sono in grado di utilizzare i fondi europei destinati all’Italia, evitandone la definitiva perdita. L’introduzione di un tale meccanismo è stato peraltro chiesto dalla Commissione politiche europee della Camera, che presiedo, nel parere espresso sull’accordo di partenariato 2014-2020 quale strumento di pressione sulle regioni che hanno registrato una cattiva prestazione nella programmazione 2007-2013, affinché migliorino la loro capacità di progettazione e di spesa.

Andrà naturalmente assicurato, caso per caso, che il CIPE attribuisca le risorse sottratte alle regioni inadempienti, a quelle che rientrino nella stessa categoria (ad esempio le risorse non spese sottratte a Sicilia o Calabria andrebbero attribuite ad altre regioni della stessa categoria come la Puglia).
In ultimo dovremmo concentrarci tutti un po’ di più su un aspetto tutt’altro che secondario. Come ho spesso sostenuto, si dovrebbe fare ogni sforzo per svincolare dal Patto di Stabilità le spese per investimento e la quota di cofinanziamento necessaria per spendere le risorse europee. Dobbiamo portare avanti questa battaglia in Europa perché ci consentirebbe di liberare diversi miliardi di euro da utilizzare soprattutto per la crescita e per la creazione di nuovi posti di lavoro. Su questo obiettivo il Governo è fortemente impegnato a Bruxelles e ho la speranza che possa riuscire ad ottenere quanto prima il risultato.


About michelebordo

Presidente della Commissione per le politiche dell'Unione Europea. Deputato del Partito Democratico

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