Il mio discorso alla Camera durante la discussione sulle comunicazioni del Presidente Renzi in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016

Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi,

la discussione di oggi è importante anche perché si svolge in un momento difficile per l’Europa.

In questi anni abbiamo fatto i conti con una crisi devastante; con la concorrenza delle cosiddette economie emergenti, a partire dalla Cina; con la destabilizzazione di molti Paesi prossimi all’Europa che, in alcuni casi, ha prodotto guerre civili che hanno determinato una recrudescenza del terrorismo internazionale e l’esplosione del fenomeno dell’immigrazione.

La risposta a queste emergenze non doveva essere affidata ai singoli Stati. Sarebbe stata necessaria una reazione dell’Europa che, al contrario, è stata lenta e talvolta inesistente o non all’altezza.

Dobbiamo invece agire in fretta, intanto per uscire da questa lunga e pesante crisi economica. E la via è quella da noi indicata, visto che quella scelta in questi anni, basata essenzialmente sulla stabilità finanziaria e il rigore ha prodotto recessione, nuove povertà e crescita delle diseguaglianze.

L’Europa ha accumulato ritardi enormi.

È mancata una vera politica di sostegno alla domanda: la competitività dell’Europa è stata interamente affidata alle esportazioni e agli interventi per stimolare l’offerta. E come abbiamo visto, i risultati non sono stati molto positivi.

C’è, allora, la necessità di rivedere la strategia.

A questo proposito, mi convince quanto da lei scritto, signor Presidente, nella lettera a Repubblica di qualche giorno quando ha invitato l’Unione a dedicarsi più alle politiche per la crescita che non a discussioni sull’opportunità di istituire nuovi ministri. Credo, infatti, che oggi il rischio maggiore, per l’Europa come per i singoli Stati membri, sia quello di dover a breve interrogarsi su come mantenere e far funzionare una democrazia senza crescita.

La crisi economica ci ha dimostrato come la mancanza di misure efficaci per rilanciare l’economia alimenti inevitabilmente i populismi, i nazionalismi, l’antieuropeismo.

Se l’Europa non riprende innanzitutto a crescere, ad essere posta in discussione sarà non soltanto l’integrazione europea ma forse il concetto stesso di democrazia come lo abbiamo sinora, nelle sue tante varianti, conosciuto.

Quando il nostro Governo afferma che la priorità vera per procedere verso una Unione politica è la crescita, non significa allora che vogliamo ostacolare una maggiore condivisione di sovranità ma soltanto che intendiamo chiarire cos’è per noi il concetto di Più Europa. Più Europa, per quanto ci riguarda, vuol dire: istituzioni federali capaci di sviluppare politiche per la crescita e l’occupazione comuni; maggiore attenzione alla convergenza delle politiche fiscali e degli standard sociali; dare senso al concetto di cittadinanza europea, quale fonte di valori e diritti condivisi.

La Commissione europea era partita con l’intenzione di concentrarsi su alcuni grandi temi: il Piano Juncker, l’Unione per l’energia, il completamento dell’Unione bancaria, la lotta per l’ambiente, l’Agenda sulla migrazione.

Il problema è che dopo la fase iniziale la Commissione ha perso, per le resistenze di alcuni Stati, larga parte della sua capacità propositiva.

Si è così registrato un rallentamento nell’attuazione delle priorità che erano state individuate e una mancata conferma di impegni già assunti, a partire dall’aggiornamento della Strategia Europa 2020.

Né si possono sottovalutare gli atteggiamenti contraddittori della Commissione su altre questioni: dalla realizzazione di alcuni progetti sull’energia in partenariato con la Russia agli interventi degli Stati membri a sostegno dei rispettivi sistemi creditizi. Bene, dunque, ha fatto il Governo italiano a segnalare con fermezza i difetti e le incoerenze di talune scelte; non si tratta di “battere i pugni sul tavolo”, ma di far valere le proprie giuste ragioni, al pari di quelle degli altri Partner.

 

La gestione dei flussi migratori è esemplare delle incertezze di questi mesi: è pressoché inattuato il programma di ricollocazione degli immigrati e bloccato il progetto di aggiornamento del Regolamento di Dublino, necessari per ridurre le difficoltà cui sono esposti i Paesi di frontiera come l’Italia e la Grecia.

Il principio della solidarietà nelle politiche migratorie e di asilo, affermato nei Trattati e contenuto nell’Agenda sulla migrazione, è rimasto lettera morta; l’unica preoccupazione di alcuni sembra essere quella di bloccare l’arrivo dei migranti nei Paesi del Nord Europa.

Prevalgono gli interessi dei singoli Stati, specie di quelli più forti, sui bisogni e le esigenze di tutti. Ma così l’Europa rischia di non andare molto lontano.

L’Italia ha dovuto attendere a lungo e profondere sforzi organizzativi ed economici enormi prima che l’Unione Europea si assumesse la responsabilità di un controllo delle frontiere marittime del Mediterraneo centrale.

Anche per queste ragioni, il Consiglio di domani non potrà limitarsi a richiamare la Grecia al puntuale adempimento degli impegni sul riconoscimento dei migranti e il controllo delle frontiere esterne, ma dovrà ribadire che la gestione di questa emergenza non può non basarsi su una politica comune e su responsabilità condivise da parte di tutta l’Europa.

C’è poi un altro tema all’odg del Consiglio europeo: il negoziato con il Regno Unito per garantire la sua permanenza in Europa.

L’Italia è assolutamente convinta della necessità che il Regno Unito non esca dall’Unione: è un partner fondamentale; siamo d’accordo sulla necessità di riformare l’UE per semplificarne il funzionamento, le procedure e le regole; condividiamo la necessità di una azione più decisa per favorire la competitività dell’economia e una maggiore occupazione. Apprezziamo, quindi, lo sforzo compiuto dai negoziati per evitare la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Europa, anche perché alcune delle questioni poste le condividiamo.

Pur tuttavia, non può non destare qualche preoccupazione, la previsione della facoltà, che sarebbe riconosciuta non solo al Regno Unito ma a tutti gli Stati membri, di limitare la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione e di sospendere ai cittadini europei, in alcuni casi, l’accesso alle prestazioni sociali.

Si corre il rischio di prefigurare un cambiamento profondo nelle politiche finora adottate dall’Unione Europea in tema di libera circolazione e di riconoscimento dei diritti sociali, oltre a quelli civili, a tutti i cittadini europei. Non si può sottovalutare come tali politiche siano state importanti per far diminuire il divario di sviluppo e assicurare la coesione economica e sociale all’interno di ciascuno Stato membro e tra i diversi Paesi.

Questo è, dunque, uno dei temi del negoziato con Londra da affrontare con maggiore prudenza per le conseguenze che potrebbe determinare non solo sui cittadini ma complessivamente sull’intera impalcatura europea.

I temi del prossimo Consiglio Europeo sono di estrema importanza; le decisioni che saranno adottate potrebbero costituire un punto di svolta per il futuro dell’Europa.

Sono certo che il Governo italiano saprà far valere con forza e convinzione le sue ragioni in modo da contribuire al rilancio dell’Unione, superando egoismi e contrapposizioni.

Grazie.

 


About michelebordo

Presidente della Commissione per le politiche dell'Unione Europea. Deputato del Partito Democratico

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