Mi è stato insegnato che quando all’interno del partito si è ad un punto di non ritorno, il primo a dover fare un passo avanti è il segretario. Il capo, anche se le ragioni dei suoi oppositori fossero tutte strumentali, è sempre quello che deve avere più responsabilità e misura di tutti. Per questa ragione, mi aspetto innanzitutto da Matteo Renzi in queste ore un ulteriore e decisivo segnale di disponibilità al dialogo. Se lo facesse rafforzerebbe la sua leadership e metterebbe in sicurezza il partito e forse anche il Paese. Questo è il momento in cui bisogna togliere a tutti ogni alibi.

D’altronde, è molto difficile celebrare un congresso mentre è in corso una rissa. Attualmente non ci sarebbero le condizioni per fare una discussione serena sulla politica, anche con punti di vista diversi, come è normale che avvenga in un partito plurale. Con la furibonda contrapposizione di questi giorni, non riusciremmo ad abbozzare neanche uno straccio di regolamento congressuale. Spero vivamente, pertanto, che il clima infuocato di queste ore possa cedere il passo quanto prima alla ragionevolezza e alla responsabilità.

Non condivido assolutamente la minaccia di scissione della minoranza (non mi verrebbe mai in mente l’idea di abbandonare il partito) e giudico sbagliati gli attacchi quotidiani rivolti al segretario. Ma allo stesso tempo non approvo neanche il modo con cui qualche volta procede una parte del gruppo più significativo della maggioranza. Vedo in alcuni sottovalutazione ed un pericoloso disinteresse rispetto al pericolo concreto di una rottura del partito. Invece questo è un tema che ci riguarda tutti da vicino e che andrebbe affrontato con maggior equilibrio da ognuno di noi. Oggi la deflagrazione del PD potrebbe pregiudicare, e non esagero, la tenuta complessiva del sistema politico del nostro Paese. Con tutte le conseguenze.

Io non sono un esponente della minoranza. Dopo il congresso ho sostenuto lealmente Matteo Renzi in Parlamento e nel partito. Forse è anche per questo che oggi sono nella condizione di poter dire liberamente ciò che penso rispetto all’attuale momento politico.

Nei mille giorni di governo Renzi abbiamo ottenuto grandi risultati, ma ci sono stati anche limiti. Se non riflettiamo a fondo su alcuni errori commessi rischiamo di sbagliare l’analisi della sconfitta del 4 dicembre. Non possiamo negare che spesso abbiamo dato l’impressione di governare il Paese da soli contro tutti, vanificando in parte, per questa ragione, gli effetti positivi di alcune riforme. Il mio timore è che continuando di questo passo si possa andare a sbattere in maniera ancora più violenta. Per questo penso che sia giusto e necessario fermarsi per aprire finalmente una fase di pacificazione interna al PD e nel Paese. Delle nostre risse quotidiane sono stanchi i “nostri” e soprattutto gli italiani.

Il segretario e le diverse aree del partito, dopo il referendum, avrebbero dovuto porsi subito l’obiettivo di ricostruire l’unità interna. Tutti sono responsabili se ciò non è accaduto. Ma siamo ancora in tempo per evitare il rischio di compromettere il progetto politico nel quale tanti di noi in questi anni hanno messo passione e dedizione.

Penso ancora che Renzi sia la personalità più forte a disposizione del Pd. Sarebbe utile allora se fermasse per qualche mese la macchina congressuale che legittimamente ha avviato, soprattutto dopo le sollecitazioni e l’insistenza della minoranza, e domani all’Assemblea proponesse una gestione unitaria del partito, guidata da lui e con una segreteria plurale, fino al congresso. Questo sarebbe anche il modo migliore perché tutti si assumano in modo condiviso la responsabilità di preparare le prossime elezioni amministrative.

Nel frattempo lavoriamo a una seria conferenza programmatica, coinvolgendo i circoli, i nostri iscritti e i militanti; facciamo qualcosa di concreto e forte per ricostruire il partito che è in grande difficoltà specialmente nelle periferie; fissiamo regole congressuali condivise.

Discutiamo poi su un’ipotesi di legge elettorale che raccolga una convergenza larga tra di noi. Oggi tutti nel PD dicono di essere d’accordo sul ritorno del ‘Mattarellum’ ma poi ognuno procede in ordine sparso, tanto che sono diverse le proposte presentate.

Infine, individuiamo immediatamente iniziative di governo significative per aggredire la disoccupazione, superare alcuni limiti della riforma della scuola, riprendere i rapporti con molti corpi intermedi.

A conclusione di questo percorso inclusivo, dopo l’estate, facciamo il congresso e le primarie per la leadership. Sono certo che a quel punto avremmo un clima interno al partito inevitabilmente più disteso e diverso da quello che si respira adesso. E’ un’utopia la mia? Sono fuori tempo massimo? Forse. O forse no. So solo che se continuiamo così come stiamo facendo in questi giorni corriamo veramente il rischio di ridurre ulteriormente la partecipazione dei militanti nelle nostre sezioni e di allontanare ancor di più gli elettori dal PD e dalla politica. Con il rischio di consegnare il Paese a una destra nazionalista e con chiare tendenze xenofobe oppure a un movimento populista che sa solo cavalcare le paure e l’esasperazione della gente.

 


About michelebordo

Presidente della Commissione per le politiche dell'Unione Europea. Deputato del Partito Democratico

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