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“Il nostro blocco al progetto di revisione del bilancio pluriennale europeo e’ il tentativo di scuotere finalmente l’Ue perche’ riteniamo che non ci sia la piena consapevolezza relativamente alle emergenze che vive il nostro Continente e in particolare l’Italia. L’immigrazione prima di tutto e poi la mancanza di occupazione dei giovani. Noi abbiamo chiesto che ci siano piu’ risorse per queste due emergenze atteso che non possono essere caricate solo sul nostro Paese”. Lo ha detto il presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera Michele Bordo, del Pd, nel corso di un’intervista a ‘Radio Radicale’.
E contro chi bolla il ‘no’ dell’Italia al bilancio europeo come mossa elettorale Bordo dice: “Chi da’ una lettura di questo genere e’ assolutamente in malafede. Non e’ da oggi, perche’ siamo in campagna elettorale per il referendum, che poniamo il tema dell’immigrazione come priorita’ per l’Ue. Purtroppo fino a questo momento Bruxelles non ha pensato di modificare a sufficienza la propria agenda. Noi non vogliamo che si torni indietro, non vogliamo la fine dell’Ue. Vogliamo un’Europa diversa. Abbiamo fatto le riforme, stiamo chiedendo ai cittadini di votare per una riforma costituzionale che e’ importante anche per rendere piu’ moderno il nostro Paese nel rapporto con l’Ue. Il quadro mondiale e’ cambiato come dimostrano, tra l’altro, la Brexit e l’elezione di Donald Trump e l’Ue deve capire che abbiamo bisogno di segnali che siano in controtendenza rispetto a tutto quello che e’ stato il passato pena la fine dell’Unione europea come è stata concepita dai padri fondatori”.

Il mio discorso alla Camera durante la discussione sulle comunicazioni del Presidente Renzi in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016

Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi,

la discussione di oggi è importante anche perché si svolge in un momento difficile per l’Europa.

In questi anni abbiamo fatto i conti con una crisi devastante; con la concorrenza delle cosiddette economie emergenti, a partire dalla Cina; con la destabilizzazione di molti Paesi prossimi all’Europa che, in alcuni casi, ha prodotto guerre civili che hanno determinato una recrudescenza del terrorismo internazionale e l’esplosione del fenomeno dell’immigrazione.

La risposta a queste emergenze non doveva essere affidata ai singoli Stati. Sarebbe stata necessaria una reazione dell’Europa che, al contrario, è stata lenta e talvolta inesistente o non all’altezza.

Dobbiamo invece agire in fretta, intanto per uscire da questa lunga e pesante crisi economica. E la via è quella da noi indicata, visto che quella scelta in questi anni, basata essenzialmente sulla stabilità finanziaria e il rigore ha prodotto recessione, nuove povertà e crescita delle diseguaglianze.

L’Europa ha accumulato ritardi enormi.

È mancata una vera politica di sostegno alla domanda: la competitività dell’Europa è stata interamente affidata alle esportazioni e agli interventi per stimolare l’offerta. E come abbiamo visto, i risultati non sono stati molto positivi.

C’è, allora, la necessità di rivedere la strategia.

A questo proposito, mi convince quanto da lei scritto, signor Presidente, nella lettera a Repubblica di qualche giorno quando ha invitato l’Unione a dedicarsi più alle politiche per la crescita che non a discussioni sull’opportunità di istituire nuovi ministri. Credo, infatti, che oggi il rischio maggiore, per l’Europa come per i singoli Stati membri, sia quello di dover a breve interrogarsi su come mantenere e far funzionare una democrazia senza crescita.

La crisi economica ci ha dimostrato come la mancanza di misure efficaci per rilanciare l’economia alimenti inevitabilmente i populismi, i nazionalismi, l’antieuropeismo.

Se l’Europa non riprende innanzitutto a crescere, ad essere posta in discussione sarà non soltanto l’integrazione europea ma forse il concetto stesso di democrazia come lo abbiamo sinora, nelle sue tante varianti, conosciuto.

Quando il nostro Governo afferma che la priorità vera per procedere verso una Unione politica è la crescita, non significa allora che vogliamo ostacolare una maggiore condivisione di sovranità ma soltanto che intendiamo chiarire cos’è per noi il concetto di Più Europa. Più Europa, per quanto ci riguarda, vuol dire: istituzioni federali capaci di sviluppare politiche per la crescita e l’occupazione comuni; maggiore attenzione alla convergenza delle politiche fiscali e degli standard sociali; dare senso al concetto di cittadinanza europea, quale fonte di valori e diritti condivisi.

La Commissione europea era partita con l’intenzione di concentrarsi su alcuni grandi temi: il Piano Juncker, l’Unione per l’energia, il completamento dell’Unione bancaria, la lotta per l’ambiente, l’Agenda sulla migrazione.

Il problema è che dopo la fase iniziale la Commissione ha perso, per le resistenze di alcuni Stati, larga parte della sua capacità propositiva.

Si è così registrato un rallentamento nell’attuazione delle priorità che erano state individuate e una mancata conferma di impegni già assunti, a partire dall’aggiornamento della Strategia Europa 2020.

Né si possono sottovalutare gli atteggiamenti contraddittori della Commissione su altre questioni: dalla realizzazione di alcuni progetti sull’energia in partenariato con la Russia agli interventi degli Stati membri a sostegno dei rispettivi sistemi creditizi. Bene, dunque, ha fatto il Governo italiano a segnalare con fermezza i difetti e le incoerenze di talune scelte; non si tratta di “battere i pugni sul tavolo”, ma di far valere le proprie giuste ragioni, al pari di quelle degli altri Partner.

 

La gestione dei flussi migratori è esemplare delle incertezze di questi mesi: è pressoché inattuato il programma di ricollocazione degli immigrati e bloccato il progetto di aggiornamento del Regolamento di Dublino, necessari per ridurre le difficoltà cui sono esposti i Paesi di frontiera come l’Italia e la Grecia.

Il principio della solidarietà nelle politiche migratorie e di asilo, affermato nei Trattati e contenuto nell’Agenda sulla migrazione, è rimasto lettera morta; l’unica preoccupazione di alcuni sembra essere quella di bloccare l’arrivo dei migranti nei Paesi del Nord Europa.

Prevalgono gli interessi dei singoli Stati, specie di quelli più forti, sui bisogni e le esigenze di tutti. Ma così l’Europa rischia di non andare molto lontano.

L’Italia ha dovuto attendere a lungo e profondere sforzi organizzativi ed economici enormi prima che l’Unione Europea si assumesse la responsabilità di un controllo delle frontiere marittime del Mediterraneo centrale.

Anche per queste ragioni, il Consiglio di domani non potrà limitarsi a richiamare la Grecia al puntuale adempimento degli impegni sul riconoscimento dei migranti e il controllo delle frontiere esterne, ma dovrà ribadire che la gestione di questa emergenza non può non basarsi su una politica comune e su responsabilità condivise da parte di tutta l’Europa.

C’è poi un altro tema all’odg del Consiglio europeo: il negoziato con il Regno Unito per garantire la sua permanenza in Europa.

L’Italia è assolutamente convinta della necessità che il Regno Unito non esca dall’Unione: è un partner fondamentale; siamo d’accordo sulla necessità di riformare l’UE per semplificarne il funzionamento, le procedure e le regole; condividiamo la necessità di una azione più decisa per favorire la competitività dell’economia e una maggiore occupazione. Apprezziamo, quindi, lo sforzo compiuto dai negoziati per evitare la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Europa, anche perché alcune delle questioni poste le condividiamo.

Pur tuttavia, non può non destare qualche preoccupazione, la previsione della facoltà, che sarebbe riconosciuta non solo al Regno Unito ma a tutti gli Stati membri, di limitare la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione e di sospendere ai cittadini europei, in alcuni casi, l’accesso alle prestazioni sociali.

Si corre il rischio di prefigurare un cambiamento profondo nelle politiche finora adottate dall’Unione Europea in tema di libera circolazione e di riconoscimento dei diritti sociali, oltre a quelli civili, a tutti i cittadini europei. Non si può sottovalutare come tali politiche siano state importanti per far diminuire il divario di sviluppo e assicurare la coesione economica e sociale all’interno di ciascuno Stato membro e tra i diversi Paesi.

Questo è, dunque, uno dei temi del negoziato con Londra da affrontare con maggiore prudenza per le conseguenze che potrebbe determinare non solo sui cittadini ma complessivamente sull’intera impalcatura europea.

I temi del prossimo Consiglio Europeo sono di estrema importanza; le decisioni che saranno adottate potrebbero costituire un punto di svolta per il futuro dell’Europa.

Sono certo che il Governo italiano saprà far valere con forza e convinzione le sue ragioni in modo da contribuire al rilancio dell’Unione, superando egoismi e contrapposizioni.

Grazie.

 


Affari-italiani-marzo-15In Ue aperte 91 procedure d’infrazione. L’Italia rischia di pagare miliardi in multe

Ambiente, appalti, concorrenza, trasporti… l’Italia ha 91 procedure d’infrazione aperte a Bruxelles che rischiano di costare al Paese miliardi di euro. “Siamo stai poco attivi quando c’è stato da fare le leggi in Ue e lenti a recepirle”, spiega in una intervista ad Affaritaliani.it Michele Bordo, presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea alla Camera

Onorevole Bordo, secondo i dati del Dipartimento per le Politiche europee l’Italia ha attualmente 91 procedure di infrazione aperte. Che cosa significa?
“Significa che ci sono 91 dossier aperti a Bruxelles in cui l’Italia è sotto osservazione per non aver recepito nell’ordinamento nazionale norme di livello comunitario, oppure per aver violato il diritto europeo. Queste situazioni, se non vengono sanate tempestivamente, portano a delle sanzioni economiche, anche onerose”.

Che cosa si intende per recepimento del diritto comunitario?
“Quando a Bruxelles vengono adottati degli atti il legislatore italiano deve recepirli. Al Senato, attraverso la Legge di delegazione europea, l’Italia sta ad esempio recependo la Direttiva tabacco, che impone nuovi standard per i produttori di sigarette”.

E per quanto riguarda la violazione del diritto comunitario?
“Nella maggior parte dei casi l’Italia si adegua alle linee generali che arrivano dall’Unione, ma non rispetta fino in fondo le indicazioni. È emblematica la normativa appena approvata sulla responsabilità civile dei magistrati”.

Quanto a numero di infrazioni siamo nella media europea?
“Assolutamente no, siamo tra gli ultimi in classifica”.

Come mai questa debacle?
“Ci sono due ragioni che ci hanno portato a questo ingloriosa posizione. Primo, non siamo sufficientemente attivi nella fase ascendente del processo legislativo. Questo significa che, quando le decisioni vengono prese a Bruxelles, l’Italia non partecipa ai tavoli, non interviene, non si oppone, non cerca alleanze”.

Quindi i Paesi che sono più attivi riescono ad avere leggi favorevoli?
“Significa che se un Paese non fa sentire la propria voce non può influire nel processo legislativo. Ne è un esempio la normativa che regola la grandezza delle maglie delle reti da pesca. È pensata per la pesca in Oceano, non per quella nel Mediterraneo”.

E la seconda ragione della nostra cattiva performance qual è?
“Siamo lenti. In passato il Parlamento non ha recepito le normative europee e ora siamo indietro. Ma grazie alla spinta impressa dal governo e al lavoro che stiamo facendo in Commissione stiamo recuperando. Fino a pochi mesi fa le procedure aperte erano 120, ora sono molte meno ed entro il 2015 prevediamo di abbassare ancora il numero”.

Ci troviamo davanti ad una Europa matrigna? Le normative che noi dobbiamo recepire e rispettare mirano a migliorare la vita dei cittadini o sono vincoli insensati?
“L’azione legislativa europea ci ha fatto fare dei passi avanti in molti settori, come l’ambiente, la finanza, i diritti, la giustizia. Ci ha spronato a raggiungere standard più alti, con norme ispirate alle best practice dei paesi nordici. Basta pensare al codice degli appalti”.

In che senso?
“La normativa italiana è confusionaria e inefficiente. Ha migliaia di norme e spesso non si riesce a capire che cosa si deve o non deve fare. La normativa europea invece è molto più semplice e lineare, basterebbe ispirarsi a quella per riformare la nostra”.

Tornando alle 91 procedure aperte, l’Italia rischia di pagare delle multe?
“Certo, quando si apre una procedura di infrazione allo Stato viene dato un lasso di tempo per adeguarsi, se alla fine non ha fatto nulla viene sanzionato, anche per decine di milioni di euro al giorno”.

L’Italia sta pagando attualmente delle sanzioni?
“Sì, in materia di rifiuti stiamo pagando delle multe per la inadeguatezza delle nostre strutture. Ma oltre al danno economico ce ne è uno di immagine: non è possibile fare sempre la figura delle pecore nere in Europa”.

http://www.affaritaliani.it/affari-europei/in-ue-aperte-91-procedure-infrazione-italia-rischia-di-pagare-miliardi-in-multe-360920.html


Tlc, l’Italia propone alla Ue di rinviare la fine del roaming

La Commissione e il Parlamento avevano fissato dicembre 2015 come data limite, ma la presidente italiana chiede una proroga. Il viceministro Giacomelli: “Non è vero, noi insistiamo perché sia fissata una data”. Bordo (Pd): “Proposta sbagliata e anacronistica”. Protestano i consumatori

MILANO - L’Italia tiene in vita il roaming: le tariffe extra per le telefonate e l’internet mobile fuori dai confini nazionale, ma all’interno dell’Unioone europea. La Commissione Ue e il Parlamento avevano deliberato la fine del trattamento differenziato entro il 2016, ma adesso la presidenza italiana dell’Unione europea propone un ulteriore rinvio per venire incontro alle richieste dell’industria delle Tlc. Lo scrive l’Agi, citando un testo che la presidenza italiana presenterà domani ai diplomatici Ue per possibili emendamenti.

In serata, poi, è arrivata la smentita del vice ministro Antonello Giacomelli che in una nota sottolinea come “nella proposta della presidenza italiana non c’è nessun rinvio della fine del roaming al 2016 ed è anzi indicata la necessità di fissare una data”. Giacomelli aggiunge che il “documento sulle telecomunicazioni in preparazione del Consiglio Ue è solo una bozza di un lavoro di sintesi con i partner europei che è appena cominciato e di cui viene data una lettura parziale”.

Intanto, però, il testo trapelato propone delle “tutele” per far fronte “alle preoccupazioni di alcuni stati membri” a proposito dell’introduzione del principio del “roam like at home”, cioè dell’equiparazione delle tariffe domestiche con quelle all’estero (purché in paesi Ue). Il documento propone come meccanismo di salvaguardia l’introduzione di tariffe calcolate sulla base del “consumo domestico medio annuo nell’Ue” e soggette a un graduale adattamento. Tuttavia, il testo precisa che, pur con la previsione di tali salvaguardie, “la data per l’introduzione del ‘roam like at home’ deve essere ancora decisa, e pone una questione politica significativa”.

Oltre al rinvio della fine del roaming, il meccanismo di salvaguardia previsto dalla proposta italiana ridurrebbe la quantità di traffico telefonico in roaming coperto dal principio di “roam like at home”. In sostanza, in base a un principio di fruizione “ragionevole”  dei servizi mobili via roaming, l’uso del cellulare all’estero sarebbe soggetto alle stesse tariffe di quello domestico solo fino a un certo volume, dopodichè entrerebbero in vigore le tariffe più care del roaming, come è il caso al momento. La proposta prevede comunque “un aumento graduale” di tali volumi soggetti a effettiva equiparazione dei prezzi.

La proposta italiana ha scatenato le proteste dell’Aduc, il movimento consumatori, secondo cui il governo “prende in considerazione gli interessi economici di alcune centinaia di industrie e non quelli di centinaia di milioni di consumatori in un ambito in cui tutti gli operatori tlc ci sguazzano”. Contro l’ipotesi di rinvio è intervenuto anche il presidente della commissione per le politiche Ue della Camera Michele Bordo (Pd): “E’ una proposta sbagliata e anacronistica, mi adopererò perché sia rispettata la scadenza del 2015″.