Non va minimizzato mancato voto di personalità autorevolissime del partito

La legge elettorale che votiamo è sicuramente migliore rispetto a quella approvata nel primo passaggio alla Camera. Raccoglie gran parte delle proposte avanzate a suo tempo dalla minoranza del Pd, che avrebbe dunque fatto meglio a rivendicare questi risultati piuttosto che insistere con la richiesta di ulteriori modifiche. Certo,  la fiducia sulla legge elettorale è inconsueta e  avremmo dovuto tutti sforzarci di più per evitarla. Ma, al punto in cui eravamo, era inevitabile: meglio votare alla luce del sole, in modo che ognuno si assuma le proprie responsabilità di fronte al Paese, piuttosto che affidarsi alla roulette del voto segreto. Il rischio sarebbe stato quello di modificare la legge, farla tornare al Senato, consentendo in questo modo a chiunque di essere determinante. Di fatto avremmo portato l’Italicum nel pantano, affossandolo. Penso invece che il nuovo sistema elettorale sia un buon compromesso, la migliore legge possibile considerato il momento in cui è maturata.

Tuttavia, dopo il voto di fiducia sarà  necessario un chiarimento politico nel Pd per provare a ricostruire l’unità del partito. Nessuno può relegare a routine il fatto che la fiducia non sia stata votata da decine di Deputati, tra i quali spiccano personalità autorevolissime del partito. Bisogna immediatamente ricostruire i canali del dialogo perché questo braccio di ferro quotidiano, e la quasi incomunicabilità tra le parti, rischia di indebolire  il governo, cosa che  non possiamo permetterci  visti i passaggi decisivi che saremo chiamati ad affrontare nei prossimi mesi. Il PD, d’altronde, solo se è unito può continuare ad essere la spina dorsale del Paese e dell’intero sistema politico. Per quanto mi riguarda, il terreno sul quale sarebbe opportuno  far ripartire il confronto è  quello della Riforma del Senato. Ma sul tema è necessario che tutti scoprano subito e con grande senso di responsabilità  le carte.

Roma 29 aprile


indroIl 13 gennaio si è formalmente chiuso il semestre italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Da più parti sono fioccate le critiche sui pochi risultati portati a casa da Matteo Renzi, complice anche il coincidente periodo di scadenze istituzionali, con le elezioni europee di maggio e il conseguente insediamento del Parlamento e dei nuovi Commissari; a tal proposito si è parlato ‘di bimestre italiano, più che di semestre’. Al di là di questo comunque a Roma è stato rimproverato di non aver saputo imprimente una svolta su un piano globale di gestione di flussi migratori sempre più pressanti a Sud del Continente, e di non aver dato contributi decisivi nelle crisi libica e russo-ucraina, oltre che sulla minaccia globale dell’Isis. Sul fronte interno, poi, le critiche hanno riguardato invece il trascinarsi dell’instabilità finanziaria della Grecia, che solo oggi è chiamata alla scelta finale, dentro o fuori l’euro, e si sono concentrate soprattutto sulla battaglia, giudicata come tutta di posizione e poco concreta, sulla natura del Patto di Stabilità europeo. Roma ha infatti con insistenza sottolineato che dopo aver garantito appunto la Stabilità finanziaria dell’Ue, incentivando soprattutto per gli Stati più deboli l’adozione di politiche rigoriste fatte di tagli ai bilanci pubblici e agli investimenti, per l’Europa è arrivato il momento di supportare la crescita. Renzi lo ha ripetuto fino alla nausea, puntualmente contrastato dalla Germania e dai Paesi del Nord, mettendo tra le altre cose l’accento sull’arbitrarietà – politica prima ancora che squisitamente finanziaria – del limite del 3% nel rapporto deficit/Pil, un parametro diventato un vero e proprio mantra europeo durante il rigorismo dell’era Barroso.

E proprio su questo ultimo supposto punto dolente rischiano di venire oggi stravolti i bilanci fin qui tentati sul nostro semestre di Presidenza europea. La ragione sta nel Consiglio Europeo del 18 dicembre 2014, di fatto l’ultimo appuntamento decisionale di rilievo che il nostro Governo si è trovato a gestire da primo della classe. In quell’occasione infatti si è dato il via, quasi in sordina e pur tra mille distinguo e dettagli ancora tutti da chiarire, a un percorso che ci ha portato fino al lancio, avvenuto proprio in questi giorni, del cosiddetto Piano Juncker. È successo che dopo mesi di sollecitazioni, l’allora fresco Presidente della Commissione UE, il lussemburghese Jean Claude Juncker sponsorizzato proprio da Angela Merkel, ha messo la faccia su un corposo piano di investimenti comunitari per sostenere la crescita dell’economia reale. La cifra annunciata era imponente, pari a 315 miliardi di euro, pur avvolta da pesanti nebbie sulle modalità di erogazione di questi fondi e su quanti effettivamente fossero i miliardi stanziati ex novo dall’UE e quanti invece fossero frutto di riallocazioni di precedenti poste. Intanto, il semplice accordo politico aveva permesso a Renzi di dichiarare trionfalmente: «L’eredità che la presidenza italiana lascia all’Europa è crescita e non più solo austerità».

Dopodichè, calato il sipario della politica, si sono messi in moto i tecnici e in questi tre mesi il Piano Juncker si è formato tassello dopo tassello. Si è infatti decisa la costituzione di un Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi), con un capitale iniziale di 21 miliardi (16 forniti dall’Ue e 5 dalla Bei). Di questi fondi, 16 miliardi saranno gestiti dalla Bei, la Banca Europea per gli Investimenti, che si occuperà di valutare e finanziare progetti riguardanti le infrastrutture, l’istruzione, la ricerca, l’energia e l’ambiente (progetti cioè ad alto grado di interconnessione comunitaria), mentre i rimanenti 5 miliardi saranno in capo al Fei, il Fondo europeo per gli investimenti, che avrà un focus sulle Pmi. Naturalmente la liquidità erogata avrà la forma del finanziamento, rendendo sostanzialmente i fondi del Piano Juncker una sorta di maxi-garanzia comunitaria. Spetterà ai singoli Stati dell’Unione valutare la solidità dei progetti e sottoporli poi al giudizio finale di Bei e Fei. Alla cifra di 315 miliardi si arriverà, nelle intenzioni dei tecnici dell’UE, attraverso un effetto leva pari a circa 15 volte il capitale iniziale, ottenuto grazie a un mix di finanziamenti pubblici e privati. A questo proposito l’Italia ha già annunciato che attraverso la Cassa Depositi e Prestiti immetterà 8 miliardi nell’Efsi, così come Francia e Germania, mentre la Spagna apporterà 1,5 miliardi.

Nel frattempo sono ai nastri di partenza le riunioni del cosiddetto ‘trilogo’ (Commissione UE, Parlamento e Consiglio), che dovrebbero portare a inizio giugno al voto in seduta plenario dell’Europarlamento per l’istituzione effettiva dell’Efsi, la cui piena operatività dovrebbe arrivare a questo punto a settembre. Insomma, i soliti tempi dilatatissimi a cui ci hanno abituati le istituzioni comunitarie contraddistinguono anche la gestazione del Piano Juncker; ma è un fatto che il Quantitative Easing nel frattempo posto in essere dalla Bce stia effettivamente concedendo alla politica più tempo per passare all’azione. L’Euro si è difatti indebolito, arrivando quasi alla parità col dollaro, e una salutare ripresa delle esportazioni europee è attesa per i prossimi mesi.

Tra l’altro bisogna anche riconoscere che per questa volta si è deciso di non aspettare in maniera passiva l’effettivo completamento dell’iter burocratico e politico, ma attraverso la formula del frontloading i cda di Bei e Fei anticiperanno i primi finanziamenti ai progetti che saranno via via approvati. E proprio lo scorso 21 aprile sono arrivate le prime decisioni: il Cda della Bei ha dato l’ok al progetto presentato da Arvedi, importante gruppo siderurgico di Cremona, la quale ha ottenuto un finanziamento di 90 milioni, che a questo punto sarà successivamente coperto dalla ‘garanzia Juncker’, nell’ambito di un piano di investimenti da 190 milioni di euro per ammodernare gli impianti, da qui fino al 2018.

Alcuni nodi restano però aperti e in Italia la politica continua a muoversi per influenzare le scelte finali che definiranno lo statuto conclusivo dell’Efsi. L’Indro ha chiesto conto delle grandi manovre a Michele Bordo, deputato del Pd alla terza legislatura, e Presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera. Luogo che, assieme alla Commissione Bilancio presieduta di un altro democratico, Francesco Boccia, è stato in queste settimane l’epicentro delle scosse che da Roma tentano di propagarsi fino a Bruxelles.

Presidente Bordo, la Commissione Bilancio presieduta da Boccia ha approvato il documento finale sul Piano Juncker da trasmettere alle istituzioni europee. La risoluzione è il frutto di consultazioni anche con la Commissione Politiche Europee da Lei presieduta. In sostanza l’Italia chiederà un’accelerazione nell’iter che porterà il piano all’operatività; manca infatti ancora il regolamento che istituisce l’Efsi. Considera concreto il rischio di ritardi dovuti a eccessi di burocrazia o peggio a ostacoli di natura politica? Qual è il termine che il Governo considera dignitoso per la partenza?

Sì, la Commissione per le Politiche UE della Camera, dopo una scrupolosa analisi, ha espresso parere favorevole sulla proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo all’Efsi, evidenziando, però, una serie di criticità e chiedendo il rispetto di certe condizioni. In primo luogo abbiamo chiesto appunto al Governo di adoperarsi nelle competenti sedi decisionali dell’UE affinché il regolamento venga approvato tempestivamente, in modo da consentire l’operatività del Fondo entro il secondo semestre 2015. Abbiamo inoltre, in diversi punti del nostro parere, chiesto che fossero rimossi tutti gli ostacoli di ordine burocratico (ad esempio semplificando la governance del Fondo) e che gli Stati aderissero quanto prima al Fondo per renderlo pienamente operativo. Il nostro Governo lo ha già fatto contribuendo con otto miliardi di euro. Spero dunque che anche gli altri Paesi facciano altrettanto compiendo una scelta fondamentale a favore della crescita.

In ogni caso pare che finalmente si inizi a fare sul serio col Piano Juncker, che rappresenta forse l’eredità più tangibile dell’azione politica del nostro Governo durante il semestre europeo. Come giudica la direzione impressa da Renzi, che a suo tempo ricordò più volte la natura del ‘patto’ europeo, che è sì di ‘stabilità’ ma anche di ‘crescita’? L’Italia potrà effettivamente (co)intestarsi il merito politico di un eventuale successo del Piano Juncker oppure questa operazione poco ha a che vedere con le istanze italiane di una maggiore impegno per la spesa in investimenti pubblici e comunitari (teniamo conto che i 16 mld forniti dall’UE sono semplice riallocazione di altre poste del bilancio comunitario)? A proposito, è stato previsto che i contributi di Stati membri al Fondo non verranno conteggiati in termini di deficit e debito pubblico; non è già un mutamento di prospettiva rispetto al rigorismo del passato?

Sono convinto che il Piano Juncker, fortemente voluto dal nostro Governo, sia il risultato più significativo della linea politica europea seguita dal Premier Renzi, tesa a conciliare sostenibilità delle finanze pubbliche con il rilancio della crescita e dell’occupazione. L’Europa aveva assolutamente bisogno di invertire la tendenza rispetto all’austerità finanziaria eccessiva imposta da alcuni Paesi europei e che ha solo contribuito a rendere più drammatica la crisi economica e a favorire la crescita di movimenti euroscettici e populisti. Dal canto suo, negli ultimi anni, l’Italia ha recuperato credibilità e dimostrato di saper mantenere gli impegni presi in Europa. Era quindi lecito chiedere a Bruxelles di allentare la morsa del rigore. Il Piano, che necessita comunque di significative correzioni, segna per la prima volta un nuovo approccio europeo: prima l’Europa era solo austerità, oggi è anche crescita e flessibilità. Ed è merito soprattutto dell’Italia se siamo riusciti ad ottenere questi risultati, superando l’opposizione di Berlino e di altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale ad adottare misure di sostegno pubblico agli investimenti. Quanto al fatto che i contributi degli Stati non saranno conteggiati nei parametri fissati dal Patto di Stabilità e Crescita e da altri trattati sul rigore di bilancio a livello europeo, si tratta senza dubbio di una svolta rispetto al rigorismo del passato e rappresenta un primo grande stimolo per gli investimenti.

In Italia da più parti si è invocato che il piano Juncker faccia sua la regola dell’addizionalità, ovverosia l’incentivazione di quelli investimenti in aree cosiddette a fallimento di mercato, investimenti che in poche parole senza una garanzia semplicemente non si farebbero. Recentemente sull’argomento è intervenuto Franco Bassanini, Presidente della Cassa Depositi e Prestiti, paventando il rischio di un fallimento del piano se a Bruxelles prevalessero quanti vogliono che la garanzia sia concessa a prezzi di mercato. Per Bassanini in questo caso non ci sarebbe addizionalità e quindi si perderebbe la spinta decisiva per gli investimenti. Qual è la sua posizione e quella dell’Esecutivo in materia? Come crede stia andando a finire il dibattito nelle sedi comunitarie?

Ha ragione Bassanini quando dice che il Piano deve consentire l’assunzione di rischi maggiori di quelli che finora erano possibili, nel finanziamento di questi progetti, secondo pure logiche di mercato. Se non fosse così, il programma non avrebbe alcun senso. Per queste ragioni, nell’ambito del parere espresso sulla proposta di regolamento istitutiva dell’Efsi, la Commissione ha chiesto che venga garantita, anche per rendere la proposta più coerente con il principio di sussidiarietà, l’effettiva addizionalità degli investimenti, dalla quale dipende, in buona sostanza, l’impatto economico e il successo stesso del Piano Juncker. Abbiamo dunque chiesto di inserire nella proposta di regolamento criteri che prevedano la valutazione della sostenibilità dei progetti dal punto di vista economico e che si tenga conto del loro impatto sull’economia e della loro capacità di innescare investimenti successivi, nonché del relativo valore sociale e del ridotto impatto ambientale. E ancora, si deve prevedere espressamente che i progetti abbiano un profilo di rischio più elevato rispetto a quelli sostenuti nel quadro dell’attività ordinaria della Bei e non beneficino del sostegno dei fondi strutturali o di altri programmi finanziati dal bilancio dell’UE. È in questa direzione che si sta muovendo l’Italia al tavolo dei negoziati europei: il testo del regolamento approvato nello scorso marzo dal Consiglio recepisce infatti alcune di queste integrazioni.

Sempre Bassanini invita ad allontanare ogni residuo dubbio su possibili infrazioni del divieto di aiuti di Stato derivanti dalla natura agevolata della garanzia Juncker. Pensa che sia un pericolo reale?

Sarebbe una vera e propria beffa che va evitata a tutti i costi. Per questo nel parere approvato dalla Commissione da me presieduta, abbiamo considerato indispensabile sottrarre i finanziamenti eventualmente erogati dalle banche di promozione nazionale, tra cui appunto la Cassa depositi e prestiti, dal vaglio preventivo e dall’autorizzazione in base alla normativa europea sugli aiuti di Stato. Ciò non soltanto allo scopo di evitare il rischio che questi finanziamenti siano considerati illegittimi per effetto di un’applicazione burocratica delle regole esistenti, ma anche al fine di assicurare la rapida attuazione dei progetti sostenuti dall’Efsi: i tempi per un’autorizzazione della Commissione, ai sensi della normativa degli aiuti, possono durare anche 18 mesi o più. Proprio ieri Bei, insieme a Cdp e a Kfw, Cdc, Ico, Bgk (le omologhe europee di Cassa depositi e prestiti, ndr) hanno scritto una lettera congiunta a Juncker e Katainen chiedendo che le garanzie dell’Efsi non ricadano nel divieto di aiuti di Stato, non siano prezzate a livelli di mercato e che l’approvazione dei progetti sia più veloce.

Oramai è certo che anche in assenza dell’operatività dell’Efsi, Bei e Fei cominceranno a individuare e finanziare fin da subito i progetti ritenuti validi. Solo in un secondo momento poi questi saranno coperti dalla garanzia del Fondo. Ritiene questa soluzione di rattoppo oppure si tratta già di un bel risultato, che non presenta controindicazioni?

Non bisogna correre il rischio di dilatare ulteriormente i tempi, per cui spero e auspico che il Piano parta quanto prima a pieni ranghi, definendo in tempi rapidi anche le posizioni negoziali dei singoli Paesi senza rattoppi e aggiustamenti in corsa. Credo che in questa direzione stiano lavorando anche Bei, Commissione europea e Fei. Al tempo stesso è necessario stabilire con chiarezza i criteri di selezione dei progetti che contemplino anche i requisiti dell’addizionalità e, nella sostanza, della distribuzione territoriale più favorevole ai Paesi e alle regioni afflitte da un calo più pronunciato degli investimenti. È anche indispensabile assicurare agli organi politici, quali il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, un effettivo coinvolgimento nella scelta delle priorità di investimento.

E ancora nella risoluzione si chiede di puntare sull’emissione di obbligazioni della Bei, che la Bce poi andrebbe ad acquistare. Una sorta di riedizione degli eurobond, bocciati a suo tempo da mezza Europa, che permetterebbero di dare ulteriore spinta alla maxi garanzia da 21 miliardi, che in sostanza costituisce il nocciolo reale del piano Juncker. Crede che ci siano le condizioni politiche e congiunturali per una svolta tanto netta nell’UE?

Anche nel nostro parere abbiamo auspicato, nel rispetto della autonomia della Bce, che essa acquisti, nell’ambito del Quantitative Easing, obbligazioni emesse dalla Bei nell’ambito del Piano per gli investimenti. Sostengo da sempre la necessità di affidare alla Bce un ruolo più attivo per intervenire direttamente sui mercati e difendo la scelta di puntare sugli Eurobond, convincendo anche la Cancelliera Merkel che, nel 2012, diceva: «Mai gli eurobond finché vivo». Io credo, al contrario, che ci siano le condizioni congiunturali per cogliere questa opportunità. Al di là degli investimenti privati, credo che un supporto straordinario, come potrebbero essere le obbligazioni Bei, consentirebbe di abbassare il costo del debito e dare ossigeno all’effetto moltiplicatore che sta alla base del Piano Juncker.

Parliamo nello specifico dei progetti da finanziare. A quel che si capisce il Fei si occuperà dei progetti di sviluppo per le Pmi, mentre la Bei dovrebbe occuparsi di quattro macroaree: infrastrutture, istruzione, energia e ambiente. Il Governo ha da poco presentato il Def, tra cui figurano sicuramente alcune delle opere infrastrutturali (quest’anno sono 49) che poi saranno portate a Bruxelles per essere finanziate. Ci può anticipare qualche opera su cui l’Esecutivo intende puntare con decisione? Si è parlato del tunnel del Brennero, del Terzo Valico, ma anche della Torino-Lione, fino a investimenti sui porti.

La lista dei progetti sinora presentati dal Governo è nota. Tuttavia, il governo si è impegnato, come ribadito dal parere approvato dalla Commissione da me presieduta e dal documento della Commissione bilancio, ad aggiornare, in stretto raccordo con le Camere, la lista dei progetti. Il Def e l’allegato infrastrutture costituiscono la prima occasione per farlo, visto che prevedono un grande progetto nazionale di investimenti pubblici che affianchi il Piano Juncker puntando su innovazione tecnologica, politiche industriali innovative e competitive, digitalizzazione del Paese e implementazione delle infrastrutture materiali e immateriali. Ritengo che proprio le infrastrutture, pubbliche e private, siano il cuore della rinascita del Paese e penso che il Governo, anche con l’impulso del neo Ministro Delrio, farà ogni sforzo per realizzare un piano imponente di ammodernamento della rete infrastrutturale, spero soprattutto nel Mezzogiorno, per garantire la crescita e colmare l’annoso gap Nord-Sud.

Per quanto riguarda le opere ambientali, in cima ci dovrebbero essere progetti contro il dissesto idrogeologico e di risanamento dell’Ilva. È in grado di anticiparci qualcosa?

In attesa dell’approvazione della risoluzione parlamentare sul Def credo che sia prematuro fare anticipazioni. Posso tuttavia ribadire che la tutela ambientale deve essere una priorità per l’Europa e il Governo Renzi ha posto particolare attenzione al rischio idrogeologico. Anche l’Efsi deve pertanto contribuire a investimenti in questo ambito: non a caso abbiamo chiesto, come ho già ricordato, di valutare i progetti da sostenere non soltanto in base alla loro redditività ma anche in considerazione del loro valore sociale e dell’impatto ambientale. Promuovere progetti per la messa in sicurezza del territorio è un modo virtuoso di utilizzare le risorse perché significa adottare finalmente un approccio di tipo preventivo che è anche economicamente più vantaggioso rispetto agli interventi-tampone che seguono ogni emergenza. Nell’ambito della sostenibilità ambientale dell’industria, il Governo è intervenuto con una legge ad hoc che consentirà di far ripartire l’Ilva di Taranto mettendo però al centro la salvaguardia e la tutela della salute. L’impegno per il risanamento e il rilancio della produzione proseguirà certamente con le risorse del Fondo che dovrebbero essere impiegate, in particolare, per la riduzione delle emissioni nocive e per l’efficienza energetica.

Nel Def si accenna al coinvolgimento di Enel nei lavori di preparazione al dossier da inviare al Fondo. Pare che Enel sia interessata a sviluppare coi finanziamenti dell’Efsi impianti a biomasse, reti intelligenti per la distribuzione e a investire nel terminale gnl di Porto Empedocle. Si parla di investimenti molto ambiziosi che costano svariati miliardi. Considererebbe corretto dedicare gran parte della fetta dedicata all’Italia in questo settore? Tra l’altro, oltre a Enel, anche altri soggetti privati sono stati invitati a suggerire progetti al Governo; è arrivato qualcosa di interessante a suo parere, magari nelle tlc dove da mesi si discute di grossi investimenti? Se la sente di indicare delle priorità, anche conoscendo i meccanismi con cui la Bei decide poi effettivamente le erogazioni?

Penso che il Governo, che punta a rafforzare la rete energetica e le infrastrutture materiali e immateriali per rilanciare la crescita economica, faccia bene a coinvolgere grandi soggetti privati, o partecipate pubbliche, chiedendo loro di stilare una lista di progetti da sottoporre a Bruxelles. Nel Def si prevede espressamente di finanziare progetti in questi ambiti con l’apporto di gruppi come Enel e Ferrovie dello Stato. Naturalmente, prima di sottoporle all’attenzione di Bruxelles, viene vagliato il carattere strategico delle proposte. Il Governo tiene conto delle priorità nazionali e dedica le risorse ai progetti in grado di favorire lo sviluppo del sistema-Paese rispettando le procedure previste dalla Bei per accedere ai finanziamenti. Per questo, a proposito delle tlc, il Governo è impegnato nel progetto della banda ultralarga che ha l’obiettivo di coprire almeno il 50% della popolazione a 100 Mbps entro il 2020. È indispensabile colmare il divario digitale rispetto al resto d’Europa, il tema della connettività è di vitale importanza per garantire la competitività e attrarre nuovi investimenti. I fondi Efsi rappresentano in tal senso uno strumento per contrastare la carenza di investimenti in infrastrutture dell’UE e, di conseguenza, per impostare finalmente una politica economica di crescita.

Una domanda anche sul Fei, che avrà un focus sulle pmi, in particolare finanziando quelle a forte contenuto innovativo, ad esempio start up digitali. Non le sembra che per questi settori siano un po’ troppo ambiziose le stime che parlano di un effetto moltiplicatore che partendo da una dote di 5 miliardi porti investimenti per 75 mld? Il moltiplicatore x 15 citato nel Piano Juncker forse pare più ragionevole per i macro progetti di cui si occuperà la Bei…

Come ho avuto modo di sostenere più volte, il punto di maggiore criticità del meccanismo ideato da Juncker riguarda proprio la dotazione finanziaria del fondo e la sua effettiva capacità di promuovere la mobilitazione dei 315 miliardi stimati nel Piano. A tal proposito, però, devo dire che per un verso mi ha molto rassicurato il Presidente della Bce Mario Draghi che, in audizione alla Camera lo scorso 26 marzo, rispondendo alle perplessità che avevo manifestato sull’effetto moltiplicatore del Piano, ha detto di essere molto fiducioso circa il raggiungimento degli obiettivi previsti da questo strumento. Per altro verso, resto convinto – e lo abbiamo detto nel parere – che a medio termine andrà valutata l’istituzione di un vero fondo europeo per gli investimenti con capitale apportato dagli Stati membri sul modello dell’ESM.


Libia“L’intervento militare in Libia non è un’opzione possibile. Sarebbe un errore grave perché contribuirebbe a destabilizzare ulteriormente il Paese e verrebbe percepito dai libici come un’intromissione pesante da parte degli occidentali. Anche quanto richiesto da alcuni Paesi arabi e cioè l’invio di armi al governo di Tobruk, riconosciuto da gran parte della comunità internazionale, sarebbe sbagliato perché significherebbe partecipare al gioco delle opposte fazioni in guerra tra di loro e non contribuire al dialogo e alla pace. E’ necessario, invece, che la comunità internazionale ai massimi livelli intensifichi gli sforzi diplomatici per far tornare a sedere attorno a un tavolo le diverse tribù in lotta e giungere, al più presto, a una soluzione condivisa che stabilizzi il Paese e consenta di mettere fuori gioco i terroristi dell’Isis”. E’ quanto afferma, in una nota, il presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera Michele Bordo, del Pd.

E ancora: “Il popolo libico, costituito prevalentemente da islamici moderati, deve convincersi, anche grazie a iniziative concrete assunte dalla comunità internazionale, che solo la sua ritrovata unità può apportare benefici e contribuire a frenare l’avanzata del califfato. Ha pertanto ragione chi afferma che in Libia ci sia la necessità non solo di un impegno diplomatico ma anche di uno sforzo economico significativo fatto di investimenti e cooperazione” .

“Certo – conclude Bordo – rimane il rammarico per gli errori commessi in questi anni dall’Europa e dalla comunità internazionale che hanno sottovalutato l’aggravarsi della situazione in Libia, ora purtroppo esplosa in tutta la sua evidenza. Adesso però non c’è più tempo da perdere. E l’Europa, a differenza di quanto fatto fino a questo momento, anche per altre crisi, deve agire unitariamente e far sentire di più la sua voce all’Onu”.