unioniciviliIl voto sulle #unionicivili segna una tappa decisiva per l’Italia, un passo avanti non più rinviabile in termini di civiltà e giustizia che deve renderci tutti orgogliosi.

Ricordo che il nostro Paese è tra i pochissimi in Europa a non avere ancora una legge sulle unioni civili (insieme a Bulgaria, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia). Inoltre, dopo la sentenza della Corte di Strasburgo del 21 luglio 2015 abbiamo l’obbligo giuridico di intervenire su questo tema.

Lo dobbiamo, soprattutto, a tutti coloro che in questi anni hanno sofferto per i ritardi e le tante promesse mancate. Con l’approvazione della legge gli italiani potranno finalmente avere la certezza di vivere in un Paese più giusto. Il Pd e il governo si sono impegnati fino in fondo in questa battaglia sui diritti civili. Voglio dirlo chiaramente: senza il Pd questa bella pagina non sarebbe stata scritta. E’ l’inizio di una nuova storia.


Gargano3Purtroppo c’è qualcuno che continua ancora a speculare, e non per solidarieta’ nei confronti delle popolazioni colpite ma per becera propaganda elettorale, sull’alluvione del Gargano. Chi soffia sul fuoco delle polemiche e’ pero’ in cattiva fede o peggio ancora ignorante. Dovrebbe sapere, infatti, che il Governo, che a fine ottobre ha dichiarato lo stato d’emergenza per le zone interessate, non ha scelto arbitrariamente di escludere la Puglia dal Fondo di Solidarietà dell’Unione europea a vantaggio di altre Regioni, ma si e’ solo attenuto alle norme comunitarie che regolano l’attivazione di quel Fondo. Puo’ non piacere, ma questa e’ la realta’. Il governo Renzi quindi non c’entra assolutamente niente.

Se chi specula avesse approfondito la questione – prosegue Bordo – avrebbe infatti scoperto che il 28 giugno 2014 e’ entrato in vigore il Regolamento Ue n.661/2014 che, modificando il Regolamento (CE) n. 2012/2002, ha introdotto la fattispecie di ‘catastrofe naturale regionale’ che comprende qualsiasi catastrofe naturale che provochi danni diretti superiori all’1,5% del Pil di una regione. In base alla tabella esplicativa della Direzione generale politiche Regionali della Commissione Ue, per la Puglia questa soglia ammonta a oltre un miliardo di euro.

La stima dei danni provocati dall’alluvione del settembre scorso, fatta dalla Regione Puglia, ammonta invece a 313.683.856,58 euro, risultando quindi molto inferiore alla soglia necessaria per attivare il Fondo di Solidarieta’ per le ‘catastrofi regionali’. Pertanto, numeri alla mano, per la Puglia non sussistevano le condizioni per presentare istanza di attivazione del Fondo. Nessuna esclusione del Gargano, dunque, e soprattutto nessuna sorpresa visto che, sia i Comuni interessati dall’alluvione che la Prefettura di Foggia, già lo scorso 2 ottobre avevano ricevuto sulla questione una nota esplicativa da parte del Dipartimento della Protezione civile. Dispiace che parlamentari nazionali, e anche qualche assessore regionale pugliese, continuino a parlare a sproposito nonostante abbiano una scarsa conoscenza dei fatti.


Onorevoli Colleghi! – La proposta di legge in oggetto trova fondamento nell’articolazione dell’apparato di accoglienza degli stranieri che giungono in Italia sprovvisti del permesso di soggiorno e nel conseguente diverso impatto che la loro presenza ha sulle comunità che li ospitano.

Alle strutture destinate all’identificazione e alla conseguente espulsione si affiancano i centri di accoglienza per i richiedenti asilo (CARA).

Gli stranieri ospitati nei CARA vivono come «sospesi» in una sorta di «limbo» civico: privi di uno status giuridico definito, ma titolari del diritto a soggiornare in Italia fino a conclusione della procedura di accettazione, o meno, della domanda di asilo.

Per esemplificare: non possono lavorare, e per questa ragione ricevono un sussidio dallo Stato, ma possono liberamente circolare, avendo come unico obbligo il pernottamento all’interno della struttura.

Attualmente i CARA sono sei e sono situati nelle seguenti località: Caltanissetta, presso la contrada Pian del Lago (96 posti); Crotone, presso località Sant’Anna (256 posti); Foggia, presso il borgo Mezzanone (198 posti); Gorizia, presso Gradisca d’Isonzo (150 posti); Milano, in via Corelli (20 posti); Trapani, presso Salina grande (260 posti). A questi si devono aggiungere i centri di accoglienza di Bari, presso l’area aeroportuale di Palese (744 posti) e di Siracusa, presso Cassabile (200 posti) parzialmente utilizzati per funzioni analoghe.

Tutte, o quasi, queste strutture sono collocate in zone periferiche, in borgate o in aree rurali; di conseguenza il loro impatto demografico e sociale assume una maggiore rilevanza, perché esercitato su comunità piccole e, normalmente, non dotate dei servizi minimi indispensabili per garantire sicurezza e integrazione. A maggior ragione nel caso in cui, com’è ormai prassi, i CARA sono sovraffollati.

È questa, ad esempio, la causa dei disordini verificatisi nell’estate 2008 a borgo Mezzanone (borgata rurale del comune di Manfredonia), dove sono ospitati, ormai stabilmente, oltre 1.000 stranieri, di etnie diverse e talvolta in contrasto tra loro: lo dimostrano un paio di maxi-risse scoppiate quest’estate, la cui gravità ha spinto la prefettura – ufficio territoriale del Governo di Foggia ad attivare un servizio straordinario e temporaneo di presidio del territorio.

Mentre non sembra aver sortito alcun effetto positivo l’impiego di unità della Marina militare nel servizio di vigilanza esterna del CARA. È immaginabile quale disagio vivano tanto i residenti della borgata, attualmente in numero inferiore rispetto agli ospiti del CARA e dell’annesso centro di accoglienza, quanto i richiedenti asilo, ai quali non sono garantiti servizi adeguati a favorire la socializzazione e l’integrazione con la comunità che li ospita.

Episodi di questo genere sono registrabili ovunque siano insediati i CARA e l’incremento esponenziale dell’arrivo di immigrati clandestini, registrato nel 2008, lascia presumere che le difficoltà potranno solo aumentare.

Nasce da queste considerazioni la proposta di istituire, nello stato di previsione del Ministero dell’interno, un fondo specifico le cui risorse saranno destinate alle prefetture – uffici territoriali del Governo e ai comuni nei cui territori sorgono i CARA, per finanziare l’incremento sia dei servizi sicurezza che dei servizi di assistenza, di mediazione e di integrazione sociali, che sottopongo alla vostra attenzione.

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.

1. Al fine di garantire adeguati livelli di sicurezza e di favorire l’adozione di idonee misure di assistenza, di mediazione e di integrazione sociali, nello stato di previsione del Ministero dell’interno è istituito il Fondo per la sicurezza delle comunità che ospitano i centri di accoglienza per i richiedenti asilo (CARA) e l’integrazione degli stranieri richiedenti asilo, di seguito denominato «Fondo».

Art. 2.

1. Il Fondo è ripartito proporzionalmente tra ciascuno dei CARA in ragione del numero di stranieri richiedenti asilo effettivamente ospitati alla data del 31 dicembre dell’anno precedente l’assegnazione delle risorse.

2. La quota assegnata a ciascuno dei CARA è suddivisa in parti eguali tra la prefettura – ufficio territoriale del Governo competente per territorio, che provvede all’organizzazione di servizi di tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, e il comune competente per territorio, che provvede alla strutturazione di servizi di assistenza, di mediazione e d’integrazione sociali.

Art. 3.

1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, valutato in 3.000.000 di euro per il triennio 2009-2011, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2009-2011, nell’ambito del fondo speciale di parte corrente dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2009, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero dell’interno.

2. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.


parlamento_picOnorevoli Colleghi! – Il tema della responsabilità sociale del sistema imprenditoriale rispetto al radicarsi delle organizzazioni criminali mafiose e paramafiose è tornato ad essere di grande attualità grazie, tra l’altro, al coraggio degli imprenditori siciliani e calabresi.

Proprio nelle regioni in cui più forte è l’economia mafiosa e più grave la minaccia delle ritorsioni violente, i presidenti delle organizzazioni più rappresentative hanno deciso di rompere ogni legame con chi paga il pizzo e non denuncia gli estorsori.

Con il consueto pragmatismo, hanno motivato tale scelta anche con la necessità di sgomberare il campo da questa forma di concorrenza sleale.

La connotazione etica di questa scelta, comunque, è, con ogni evidenza, il motivo principale dell’iniziativa, che sta dando ottimi risultati, com’è dimostrato dall’incremento delle denunce all’autorità giudiziaria, dall’elaborazione di codici interni alle aziende che dettano norme e prescrizioni per garantire la legalità e la trasparenza, dalla diffusione di marchi e bollini che trasformano l’impegno antimafia in un positivo elemento di marketing.

L’azione di moral suasion avviata e portata avanti con convinzione da queste organizzazioni imprenditoriali, però, non è così ampiamente e diffusamente condivisa come invece sarebbe auspicabile. Al contrario, c’è chi, all’interno delle stesse organizzazioni, sostiene l’inopportunità dell’adozione di tali norme etiche, perché emarginerebbero le vittime del racket, e chi insiste nell’attribuire esclusivamente allo Stato il compito di perseguire l’obiettivo della legalità diffusa.

Così dicendo, sembra volersi affermare il principio dell’autoassoluzione delle imprese anche rispetto al concorso nella commissione di reati gravi. Lo ha ben presente il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, che, nella recente audizione dinanzi alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia del Senato, ha chiesto l’adozione di sanzioni penali nei confronti degli imprenditori che non denunciano gli estorsori e che trovano e perseguono forme di convivenza e, in molti casi, di convenienza economica. E ciò a scapito degli imprenditori onesti, quelli che denunciano, quelli che non pagano, quelli che talvolta vengono ammazzati.

Secondo me, invece, è necessario l’intervento dello Stato per sanzionare comportamenti che sono eticamente e socialmente inaccettabili.

L’ordinamento italiano contempla già la disciplina, recata dal decreto legislativo n. 231 del 2001, con cui si è introdotto il principio della responsabilità dell’impresa per gli illeciti commessi dal singolo amministratore, socio o dipendente. Tecnicamente è una responsabilità amministrativa, ma contiene i positivi germi del riconoscimento di una responsabilità sociale dell’organizzazione «impresa» rispetto agli atti e agli atteggiamenti dei singoli appartenenti.

L’originario dettato normativo è stato recentemente integrato (articolo 9 della legge n. 123 del 2007) per comprendere nel novero dei reati sanzionati anche l’omicidio colposo e le lesioni gravi e gravissime conseguenti alla violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il Parlamento, dunque, ha scelto di ampliare la casistica di applicazione originale, per favorire una maggiore assunzione di responsabilità rispetto alla tutela dei lavoratori.

Analoga estensione si propone ora di compiere per punire le imprese che, con acquiescenza e connivenza, concorrono a rafforzare le organizzazioni criminali. Sanzioni che hanno un preciso e consistente peso economico e che determinano, appunto, anche un’evidenza sociale a cui è difficile sfuggire: interdizione dall’esercizio dell’attività; sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di pubblico servizio; esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e revoca di quelli eventualmente già concessi; divieto di pubblicizzare beni o servizi.

In poche parole: fare affari con la mafia diventerebbe un po’ più rischioso e un po’ meno conveniente.

Nasce da queste considerazioni la presente proposta di legge, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni, anche prive di personalità giuridica, per favoreggiamento personale nella commissione di reati e delitti riconducibili ad associazioni per delinquere di stampo mafioso, che sottopongo alla vostra attenzione.

Art. 1.

1. Al fine di favorire l’attuazione delle norme volte alla prevenzione e al contrasto dei reati riconducibili alle associazioni di cui all’articolo 416-bis del codice penale, all’articolo 25 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 3, le parole: «e 321» sono sostituite dalle seguenti: «321 e 378,secondo comma»;

b) la rubrica è sostituita dalla seguente: «Concussione, corruzione e favoreggiamento personale».